Referendum, lo scivolone di Saviano che dimentica Falcone
Sapete l’ultima? Se vince il sì al referendum si indebolisce la lotta alla mafia. Firmato: Roberto Saviano. Nell’allegra mostrificazione della riforma che introduce la separazione della carriere mancava questo argomento, il quale suona per quel che è: un insulto all’intelligenza degli italiani. Poderoso come l’articolessa con cui il fu autore di Gomorra sostiene la tesi. Che contiene una furbata : “le organizzazioni mafiose prosperano -scrive- quando l’azione giudiziaria è più fragile, più divisa, più isolata, più strumentalizzata a fini politici al solo scopo di generare sfiducia e indebolirla nel suo complesso”. Potremmo anche concordare sul principio. Saviano però cerca di cavarsela citando i casi Garlasco e della famiglia del bosco. Fattispecie contemporanee, non politiche, peraltro.
Ma dimentica l’ampia letteratura intorno ai trent’anni precedenti, caso Palamara compreso. Anni in cui l’ “azione giudiziaria” è scaturita troppe volte dalla volontà politica di abbattere quello che di volta in volta era ritenuto l'Avversario (do you remember Silvio Berlusconi?). Per creare dividendi politici a beneficio di una sinistra manettara, imbevuta della smania gramsciana di egemonizzare i gangli del potere, magistratura compresa. Chi ha strumentalizzato l'azione giudiziaria, dunque? E poi, se si sostiene il teorema Saviano, cioè che attraverso la separazione delle carriere si indebolirebbe la lotta alla mafia, dovremmo mettere all’indice anche le parole che seguono, l’argomento è l’assetto tra magistrato giudicante e requirente: “Chi, come me, richiede che siano due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene bollato come nemico dell’indipendenza del magistrato, un nostalgico della discrezionalità dell’azione penale, desideroso di porre il Pm sotto il controllo dell’Esecutivo”. A pronunciarle fu Giovanni Falcone. Non serve altro. Saviano ritenti, magari sarà più fortunato.
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