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L'allarme di Di Giuseppe: "Referendum giustizia? Possibili brogli, attenzione a chi vota all'estero"

Pietro De Leo
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C’è uno spettro che aleggia sul referendum, una questione di non poco conto. Il pericolo che dal voto degli italiani all’estero, che come noto avviene per corrispondenza, possano verificarsi dei brogli. Lo aveva denunciato, qualche mese fa, il deputato di Fratelli d’Italia Andrea Di Giuseppe, eletto nella circoscrizione Nord e Centro America. Presentando insieme ad Antonio Di Pietro il comitato “Giustizia senza confini-italiani nel mondo per il Sì”, aveva sollevato il problema. Ora ne parla dalle colonne del Tempo.
Onorevole, lei torna a denunciare i rischi di brogli legati al voto degli italiani all’estero. Ci siamo di nuovo?
«Sì, purtroppo questo allarme non è superato. È un tema vecchio, che riguarda tutte le elezioni all’estero e non solo il referendum. Se ne parla da anni, ma si fa finta di niente, ovviamente a sinistra. Il voto postale nasce con la legge Tremaglia, e ringrazierò sempre Mirko Tremaglia per questo diritto che ci ha dato con battaglie epocali. Ma il mondo è cambiato decine di volte da allora. Quel sistema oggi è il principale veicolo di possibili truffe. Io ho sollevato la questione già nel 2022, quando ero candidato».
Perché ritiene il voto postale così vulnerabile?
«Il voto postale è strutturalmente debole. Non è un problema solo italiano: lo abbiamo visto anche negli Stati Uniti durante il Covid per le elezioni presidenziali. È un sistema facilmente intercettabile e manipolabile. Oggi molti patronati, storicamente legati alla sinistra, intercettano le schede. Questo apre la strada a fenomeni gravissimi».
Lei parla per esperienza diretta. Cosa ha scoperto quando era candidato?
«Durante la campagna elettorale il Ministero dell’Interno ci fornì le liste degli elettori all’estero. Chiesi al mio staff di riorganizzarle per età, per inviare messaggi mirati. Dopo qualche ora mi chiamarono allarmati: risultavano almeno 25 mila elettori ultracentenari e 35 mila dai 90 ai 100 anni».
Ultracentenari che votavano regolarmente?
«Esatto. Non veniva mai verificata l’esistenza in vita. Le schede arrivavano, venivano intercettate da associazioni o patronati e qualcuno votava al posto loro. Per scrupolo facemmo circa cinquanta telefonate: 48 persone erano morte da anni. E spesso i familiari percepivano ancora la pensione. Uno scandalo nello scandalo».
Quanti voti rischiano concretamente di essere falsati?
«All’estero abbiamo oltre 7 milioni di aventi diritto. Se consideriamo una partecipazione media del 30%, parliamo di circa 2 milioni di voti. Le mie proiezioni, basate su precedenti referendum senza quorum, indicano fino a un milione di schede potenzialmente farlocche. Numeri enormi».
Numeri che possono decidere un referendum?
«Assolutamente sì. Parliamo di voti che possono spostare l’esito. In un referendum senza quorum il rischio di “perdere dall’estero” è altissimo. È matematico».
Esistono soluzioni praticabili?
«Sì, ed sono anche semplici. Bisogna votare in presenza, presso ambasciate e consolati. Dove le comunità sono grandi si possono creare più seggi, tutti controllati dalle nostre autorità diplomatiche. Oggi invece le schede viaggiano, vengono insacchettate, spedite e ammassate: ogni passaggio è un rischio».
C’è anche un tema di costi?
«Certo. Ogni tornata di voto postale all’estero costa allo Stato tra i 35 e i 40 milioni di euro. È folle spendere queste cifre per un sistema che falsifica il diritto fondamentale del cittadino: il voto».
Lei ha lanciato un comitato proprio destinato agli italiani all’Estero. C’è sensibilità verso questo tema nei nostri concittadini che vivono in altri Paesi?
«Sì, ma dobbiamo far capire nel migliore dei modi che al di là dell’aspetto tecnico ci sono questioni molto pratiche. Questo referendum non riguarda solo chi vive in Italia. Oggi l’emigrazione è spesso temporanea, prima o poi si rientra. Le decisioni prese oggi toccano tutti. È una riforma che finalmente bilancia i diversi poteri dello Stato. Riguarda gli italiani in Italia e gli italiani nel mondo».
 

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