"Giuseppi", l'amico di Donald ora non sa che pesci prendere
Fora «Giuseppi» Conte, l’amico di Donald Trump, protesterà davanti all’ambasciata statunitense per l’operazione antinarcos che ha abbattuto il regime di Nicolas Maduro? Per i pentastellati è una «brutta gatta da pelare», come dicono alcuni ex protagonisti del mondo grillino che ricordano i legami con gli eredi di Hugo Chavez. L’attacco a stelle e strisce pone fine a decenni di una disastrosa gestione statale «de sinistra», in una nazione che ha tutte le risorse, a cominciare da quelle petrolifere, per offrire con una democrazia liberale un’alta qualità della vita alla popolazione. Ma riavvolgiamo il nastro: Chavez, oltre ad avere affossato la nazione con folli progetti di economia sovietica capaci di condurre alla povertà un intero popolo, aveva condotto la sua «rivoluzione» anche contro la chiesa cattolica, mentre lui aveva come figura del «salvatore» quella di Simón Bolívar. Da qui una guerra condotta contro i «sacri palazzi», moltiplicata poi da Maduro che accusò la chiesa di una «nuova inquisizione». Per una singolare coincidenza, ora che alla Casa Bianca è tornato Trump anche a Roma, nella Città del Vaticano, c’è un americano, Papa Leone XIV, sensibilissimo al grido di dolore dei sudamericani contro le oppressioni: sono terre che conosce alla perfezione e alle quali dona ogni giorno le sue preghiere. Un atlantismo di fatto, che supera ogni barriera nel nome della libertà, e della dignità, degli esseri umani, contro i regimi corrotti che vietano la religione. E questo mette ancora di più in difficoltà Conte, che vanta rapporti con le gerarchie della Santa Sede.
Nulla, comunque, in confronto alla familiarità con papi e cardinali di Pier Ferdinando Casini, che nella sua veste di presidente della commissione Esteri del Senato, nel 2018, dopo il rientro da una visita ufficiale in Venezuela «caldeggiata» dal Vaticano presentò una mozione molto critica sulla gestione di Maduro: l’approvazione avvenne ma col voto contrario dei grillini. E allora Conte era presidente del Consiglio: lui poi formalmente parlò di «un Paese geograficamente lontano, ma tanto amato, quale il Venezuela», senza sbilanciarsi a favore del regime perché messo però all’angolo dalla Lega e dal ministro degli Affari Esteri Enzo Moavero Milanesi che volevano far riconoscere dal governo italiano la vittoria elettorale di Juan Guaidò, oppositore di Maduro. Ma Conte non poteva andare contro Alessandro Di Battista, contrario al riconoscimento di Guaidò e all'ultimatum dell’Ue al Venezuela, dato che la posizione «chavista» è sempre stata molto popolare tra i pentastellati. Ora, con l’intervento americano a Caracas, l’immediata condanna della Russia rischia di vedere il leader M5s accusato sempre di più di «posizione filoputiniane», difendendo Maduro. E mettendo pure a grave rischio il «feeling» con Trump: gli converrà accusare Donald? Una foto del 30 luglio 2018, scattata alla Casa Bianca, vede Conte e Trump sorridenti, che si guardano, con l’italiano pronto a incassare gli elogi del presidente degli Stati Uniti, confermando «ilvalore strategico del rapporto bilaterale e della storica amicizia che unisce i due Paesi». Certo, il problema numero uno per i pentastellati è sempre stato quello della politica estera, mai chiara e soggetta a repentine variazioni per colpa delle amicizie con regimi «borderline» fin dai tempi di Beppe Grillo «che ha la moglie iraniana», sibilano alcuni movimentisti della prima ora. Per non parlare del Medio Oriente..."
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