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Agricoltura, l'intervista a Lollobrigida: “Pronti a cambiare l'Europa”

Edoardo Romagnoli
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I trattori ieri sono tornati a manifestare per le strade di Roma. Il Tempo ha sentito il ministro dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare Francesco Lollobrigida per capire le intenzioni del governo.

Ministro i trattori hanno deciso di scendere di nuovo in strada. Qual è la situazione?
«In Italia la vicenda è stata molto limitata rispetto ad altre nazioni europee poiché nessuna delle associazioni rappresentative di centinaia di migliaia di agricoltori ha aderito alle manifestazioni. Molti degli agricoltori che hanno manifestato lo hanno fatto consapevoli dell’impegno che il nostro governo, dal primo giorno dell’insediamento, ha messo a disposizione di un settore che è stato poco valorizzato in Italia negli ultimi anni e poco difeso in Europa. In Germania e in Francia e in molte altre nazioni europee le manifestazioni hanno avuto ben altre adesioni motivate da questioni di carattere interno come in Germania il taglio del contributo delle accise sul carburante».

Il governo di fronte alle ultime proteste ha deciso di rinnovare l’esenzione Irpef, ci sono in vista altri interventi o sarà l’ultimo?
«La questione del taglio dell’Irpef è stato un elemento estremamente marginale rispetto alle richieste degli agricoltori e basta leggere i loro documenti per sapere che le richieste riguardavano per il 90% l’approccio ideologico dell’Unione europea rispetto al mondo dell’agricoltura, soprattutto per quanto riguarda il reddito dei produttori primari e le indicazioni perentorie sulla sostenibilità ambientale non compensate da investimenti adeguati a compensare la riduzione delle produzioni. L’Irpef come era prevista in precedenza era un provvedimento ingiusto che tradiva il principio di costituzionale della progressività del sistema fiscale e per anni ha permesso anche a imprenditori molto ricchi di non pagare una imposta che gli altri italiani, nelle stesse condizioni, pagavano. Il nostro confronto con le associazioni agricole è costante, costruttivo e continuo ma siamo a disposti a parlare con tutti. Gli unici con i quali non siamo disposti a parlare sono quelli che per visibilità personale o per interesse vogliono dividere il mondo dell’agricoltura e indebolirlo».

 

 

La protesta dei trattori è iniziata in Europa dove sono riusciti a convincere la Commissione a cambiare rotta rispetto alle politiche green iniziate da Timmermans e proseguite da Ursula von der Leyen. Che cosa ne pensa del Green Deal? E come ha preso la ricandidatura di Ursula von der Leyen?
«Il 9 giugno sarà l’occasione per cambiare l’Europa noi crediamo che l’Ue in un quadro geopolitico mondiale possa e debba avere un ruolo ma deve prendere atto dei fallimenti venuti alla luce in questi ultimi anni e ripensare radicalmente le sue politiche. La sovranità alimentare che insieme alla Francia per primi abbiamo richiamato nel nome dei nostri Ministeri e nell’azione del Consiglio dei ministri dell’Agricoltura è diventata ormai per la maggior parte degli Stati un obiettivo. L’abbandono della Commissione di Timmermans per fortuna dei cittadini europei ha visto la possibilità di cambiare rotta anche in questi ultimi mesi di governo da parte della von der Leyen. Ma il percorso è ancora lungo e i cittadini italiani, debbono sapere che il 9 giugno determineranno il futuro dell’Unione e soprattutto della nostra Italia. Deciderà il presidente Meloni, che è diventata il punto di riferimento più importante in Europa, quali alleanze realizzare e se ci sarà abbastanza forza per dare ai conservatori europei la possibilità di cambiare totalmente rotta finalmente raggiungendo gli obiettivi di pace e prosperità che i padri fondatori dell’Europa si erano posti al momento della sua fondazione nel 1957».

Pensa che ci sarà spazio per una nuova maggioranza in Europa o si riproporrà l’alleanza fra popolari e socialisti?
«L’alleanza fra popolari e socialisti è stata un disastro, un continuo compromesso al ribasso che ha sacrificato una visione strategica, contiamo che il centrodestra in Europa possa invece farne riemergere tutte le potenzialità rendendo l’Unione Europea protagonista davvero e il popolo italiano consapevole delle sue potenzialità e del suo ruolo. L’Italia è fra le tre nazioni più importanti e nel settore dell’agroalimentare fra le due più importanti. Non solo deve dire la sua ma deve essere determinante nelle scelte che si fanno».

 

 

Teme che un eventuale risultato sotto le aspettative di uno dei partiti di governo potrebbe incrinare i rapporti a Palazzo Chigi?
«Credo di no. Noi siamo stati una forza piccola del centrodestra per dieci anni e con senso di responsabilità abbiamo sempre lavorato al suo rafforzamento perché il primo obiettivo di una forza politica è di dare risposte ai cittadini e non di raggiungere percentuali. Per FdI non è stato mai questo l’obiettivo, siamo altrettanto consapevoli oggi che le elezioni del 9 giugno servano a rafforzare il centrodestra e ancora una volta riaffermare la volontà dei cittadini italiani di non tornare a un tempo in cui il loro consenso veniva eluso e accordi di palazzo mettevano in condizione gli italiani di perdere la voglia di esprimere anche il loro voto divenuto inutile. Il 25 settembre di 16 mesi fa è stato riaffermato il principio costituzionale di sovranità che appartiene al popolo e che il 9 giugno potrà essere ribadita».

Quando ha vietato la carne sintetica è stato tacciato di voler chiudere l’Italia al mondo. Rivendica quella scelta? Per sponsorizzare i nostri prodotti enogastronomici si deve per forza passare dal vietarne altri?
«Noi siamo la nazione della qualità, delle indicazioni geografiche quindi del forte legame tra i nostri prodotti, il territorio e la nostra storia è il nostro valore aggiunto. Il divieto di produzione di carne sintetica o coltivata o fake food è stato necessario perché rappresentava una minaccia dal punto di vista della salute, dell’ambiente, della cultura e del lavoro. Una convinzione condivisa anche in Europa grazie al documento presentato dall’Italia che ha già visto la sottoscrizione di 14 nazioni e l’adesione di altre 5 quindi 19 paesi europei. Il divieto di alcuni prodotti non è una novità, in Europa sono state vietate in passato le importazioni di carni da animali clonati o di carni che avessero ormoni somministrati agli animali perché minavano alcuni precisi presupposti di carattere sanitario ed economico. Noi non temiamo la concorrenza su nessun prodotto se la partita è alla pari. È la concorrenza sleale o di meccanismi che tradiscono il rapporto fra uomo, terra e lavoro nella produzione di cibo che consideriamo nemici. La grande soddisfazione di questi mesi è aver avuto il coraggio di fronte a tante iniziative propagandistiche di vedere affermate proprio in Europa le cose che dicevamo con il documento a cui ho fatto riferimento ma in questi giorni anche in altri Stati con leggi analoghe alle nostre. L’ultima in Alabama poche ore fa e altre in discussione in Florida, Arizona e Virginia. E tutti, ed è una novità che ci riempie di orgoglio, guardano all’Italia come esempio una cosa che forse negli ultimi decenni avevamo dimenticato potessimo essere».

 

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