Cosa sa Bisignani

Mario Draghi l’asso nella manica per il Centro? La diabolica idea di Renzi

Luigi Bisignani

Caro direttore, il centro è più agognato del Sacro Graal. Matteo Renzi, piaccia o no, è il più machiavellico dei politici italiani. L’ultima genialata: il Centro, quello con la «C» maiuscola, a cui l’ex premier punta. E non è certo una bischerata estiva, per dirla alla fiorentina. Tuttavia, lui così divisivo è in grado di rappresentarlo? E, ancora, cos’è oggi il Centro? Evitando l’accozzaglia di sigle e, soprattutto, di persone in cerca di seggi in Europa o in Italia o semplicemente di un’effimera gloria, magari rievocando i fastidi un passato che non c’è più, cosa resta? Sicuramente non può essere una riedizione rivisitata della Democrazia Cristiana: la Balena bianca è morta con quasi tutti i suoi esimi protagonisti. Nemmeno può essere un remake di quei partiti con una grande tradizione come i liberali di Giovanni Malagodi o i repubblicani di Ugo La Malfa. Il Centro rappresenta prima di tutto una concezione di vita. La differenza principale dei centristi dai fascisti e post fascisti o dai comunisti e post comunisti è che non c’è mai risentimento mentre, a destra come a sinistra, si continuano a rivendicare stereotipi ormai anacronistici o rigurgiti del passato. Teste rasate e mani tese, eskimo e pugni chiusi, intonare o censurare inni e canzoni, a seconda delle appartenenze, da «Bella ciao» a «Ragazzi di Buda» è un retaggio da lasciare alle spalle, guardando ad un futuro comune tutto da costruire. Essere guidati, anziché dal risentimento, dal sentimento che ispirava democristiani, liberali e repubblicani, può essere un punto di partenza. Bisognerebbe, per costruire il centro, cominciare da pochi punti programmatici di carattere istituzionale, economico e culturale, così come cercò di fare Silvio Berlusconi, l’unico vero centrista degli ultimi trent’anni che chiamò a sé personaggi sconosciuti ai più, ma rappresentativi di un mondo che voleva migliore: Gianni Letta, Tremonti, Martino, Fisichella, Urbani.

 

  

 

Il centrismo, come ha scritto «Cicisbeo» su Il Tempo, è anche l’arte della mediazione: la storia d’Italia ne è colma, da De Pretis-Correnti a Giolitti-Turati, così come quella dei compromessi tra De Gasperi e Togliatti. Ancorare quindi «l’operazione centro» a pochi concetti chiari, come per esempio l’elezione diretta del capo dello Stato e non quel pasticcio del premierato di cui si parla, o ancora le altre riforme istituzionali, visto che il Mattarellum è fallito non avendo creato una vera alternanza, fino a tornare al rispetto sia delle maggioranze che delle opposizioni e soprattutto del ruolo dei partiti, prendendo il «buono» della destra e della sinistra. Una riforma della giustizia in chiave moderna, con la separazione delle carriere, comprensibile a tutti, anziché continuare in un ottovolante, da un lato garantista e dall’altro manettaro. In ambito economico, partendo da una riforma fiscale con aliquote decurtate a un progetto di politica industriale di grande respiro, dalla fusione di Leonardo con Fincantieri a un argomento che, proprio questo quotidiano, con l’Acea di Fabrizio Palermo, ha messo in evidenza: la nazionalizzazione dell’acqua, le cui tariffe vengono addirittura stabilite dai Comuni. Ma chi ha oggi il pedigree per portare avanti un programma con questi fondamentali punti chiave? Per settimane l’anno scorso abbiamo parlato e sparlato, da destra e sinistra, con grande enfasi – forse anche un po’ troppa – dell’agenda Draghi che Super Mario nei primi mesi del suo governo aveva rappresentato con competenza e autorevolezza. Sappiamo come è andata a finire, annebbiato, pur nella sua grandezza, dalle sirene che lo avevano convinto che sarebbe entrato in carrozza al Quirinale.

 

 

Ora che si è di nuovo esposto, con due lucidi interventi, e dopo aver di recente pranzato con un gran conoscitore delle istituzioni, come Luigi Zanda, perché - e ne starebbe riflettendo fra se e se - non tornare ancora in campo questa volta disinteressatamente, aggregando attorno a questi capisaldi una nuova fase della politica italiana? Partendo dall’idea di Renzi, si potrebbero richiamare personalità da tutti i partiti, iniziando dall’outsider Guido Crosetto, liberale convinto, peraltro anche lui ben visto dal capo dello Stato Sergio Mattarella, ma che in più occasioni, anche recenti (Ad di Leonardo, dossieraggio e caso Vannacci), ha percepito un debole sostegno di Palazzo Chigi. Sarebbe per Draghi, che non ama i riflettori, il vero suggello del suo cursus honorum. Del resto, non dovrebbe dimenticare che Alcide De Gasperi, che non è mai stato presidente della Repubblica e che uscì in malo modo da capo del Governo, è passato alla storia del nostro Paese come nessun altro nel Dopoguerra. Chiuse le porte del Quirinale, per Super Mario si potrebbe dunque aprire il portone della vera gloria con l’obiettivo di pacificare la politica italiana. Il Paese ha bisogno «di un centro di gravità permanente che non ci faccia cambiare idee sulle cose e sulla gente», per dirla alla Battiato.