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emergenza sbarchi

L'Europa promette aiuto sui migranti ma per ora solo a parole

Von der Leyen e Michel assicurano un cambio di passo anche se bisogna fare i conti con gli altri governi

Il punto è sempre lì, l’inerzia europea sul dossier migratorio. Un difetto di fondo che non riesce a creare la sintesi a livello sovranazionale su quello che, soprattutto se declinato singolarmente nei Paesi, è un tema spinosissimo. Per una ragione molto semplice: al di là delle buone intenzioni dei progressisti, l’accoglienza provoca infatti contraccolpi significativi nelle società. Perché integrare e includere socialmente non è facile. Perché spesso il combinato disposto tra clandestinità e degrado dà come risultato cruenti fatti di cronaca, che scuotono tutti allo stesso modo.

Non per nulla, quando alla fine dello scorso anno scoppiò l’ennesimo braccio di ferro tra Francia e Italia sul tema rilevò il fatto che la cronaca d’Oltralpe era stata appena scossa da un terribile omicidio di una ragazzina adolescente ad opera di una irregolare nordafricana. Ora, in Italia abbiamo alcuni ambiti di accelerazione: c’è stato il naufragio di Cutro, c’è il trend quotidiano di arrivi e c’è la prospettiva di una nuova «bomba migratoria» proveniente dalla Tunisia. Di fronte a questo, il ritmo europeo continua ad essere, come da un decennio a questa parte, molto a rilento rispetto al vorticare della storia. Il presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni, nello scorso Consiglio Ue a fine marzo ha avuto sostanza politica di portare il punto sul tavolo, ottenendo nelle conclusioni un riaggiornamento dei punti fissati nella precedente assise straordinaria di febbraio. Un’occasione in cui furono fissati alcuni obiettivi, tra cui miglioramento dei rimpatri, difesa delle frontiere esterne (con l’apertura alla costruzione di barriere sui confini fisici) e «specificità» delle frontiere marittime.

Migranti, Italia costretta a fare da sola: piano rimpatri e più posti

Tra i due appuntamenti, appunto, c’è stato il dramma a largo della costa calabrese, che ha riportato al centro l’esposizione della dell’Italia al fenomeno. Una tragedia che ha spinto la presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen a scrivere ai 27 capi di Stato e di governo, promettendo la messa in campo, per il 2023, di ulteriori 110 milioni di euro, oltre ai 208 già impegnati, per il contrasto ai trafficanti di uomini. «L’Ue –ha detto la numero uno dell’Esecutivo europeo- deve lavorare al rafforzamento delle frontiere esterne con un nuovo approccio strategico»”. Più o meno negli stessi giorni, il Presidente del Consiglio Charles Michel, al Parlamento Europeo aveva affermato: «Lavoriamo per arrivare entro la fine del mandato a un Patto Ue sulla migrazione e l’asilo, ma già ora dobbiamo lavorare meglio e di più in termini di cooperazione con i Paesi d’origine e i transito per lottare insieme contro i trafficanti e i criminali che speculano sulla miseria e sulla povertà. Dobbiamo fare di più anche per aprire canali legali di migrazione«. Sul fronte del patto, però, risuonano ancora le parole pronunciate all’inizio di gennaio dall’ambasciatore svedese presso l’Ue. Stoccolma, infatti, è attualmente detentrice del semestre di presidenza del Consiglio dell’Unione Europea. Difficile, aveva detto, che questo patto possa concretizzarsi «prima della primavera del 2024».

Parole poi in parte corrette, ma che tuttavia provano tutte le difficoltà. Così come il nodo tunisino è un nodo che pende sull’Italia in primo luogo, ma riguarda tutta l’Europa. Negli scorsi giorni, il commissario per l’Economia Gentiloni si è recato in quel paese per verificare la possibilità di un piano comunitario di assistenza finanziaria. E anche l’altroieri, al workshop Ambrosetti, ha sottolineato la necessità di «stabilizzare l’economia di quel Paese». Ma anche su questo, come su tutti gli altri temi, il tempo stringe. E con il trend di flussi in corso, giugno rischia di essere davvero troppo tardi.

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