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Crisi Ucraina, il compito dell'Europa è mediare. Non alzare i toni come fa Biden

Benedetta Frucci
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Mentre il sangue scorre nel cuore dell'Europa, le sorti della guerra continuano ad essere affidate alla Russia, alla Cina, agli Stati Uniti, senza che i leader europei si accorgano che il conflitto è dentro casa nostra e proprio per questo, il ruolo di protagonista nelle trattative dovrebbe essere nostro e non di Paesi stranieri. Un'unica voce si è levata con orgoglioso dissenso ed è stata quella di Emmanuel Macron. Il Presidente francese è stato fin da subito attivo nel tentare una mediazione fra Ucraina e Russia e ieri ha definitivamente rotto ogni indugio. La goccia che ha fatto traboccare il vaso sono state le parole del Presidente Biden, che si è lasciato andare a pericolose dichiarazioni: «Putin è un macellaio», ha detto, «quest'uomo non puó restare al potere».

La Casa Bianca è stata quindi costretta a precisare che Biden «non stava parlando di un cambio di regime in Russia». Ora, che si sia o meno d'accordo con Biden, non è questo il punto: il punto è che le sue parole hanno allontanato la possibilità di porre fine al conflitto per via diplomatica. Macron l'ha subito compreso e ha preso le distanze dal Presidente americano: «Putin macellaio? Non lo chiamerei così», ha detto, aggiungendo che non si deve aumentare «una escalation né di parole né di azioni» per poi annunciare che oggi telefonerà a Putin per organizzare un'evacuazione di civili da Mariupol. L'attivismo di Macron non è casuale e non sarebbe neppure corretto ricondurlo solo ad esigenze di campagna elettorale.

Da un lato, il Presidente francese è conscio del fatto che una rapida risoluzione diplomatica del conflitto è nell'interesse europeo, ma non in quello americano. Dall'altro, la tradizione francese, di forte attaccamento alla propria sovranità, si è trasformata, con il turno di presidenza del Consiglio europeo, in un tentativo di rivendicare la sovranità europea.

Da ultimo, non c'è da escludere che le sue posizioni, filoucraine ma dialoganti con la Russia, potrebbero favorire le aziende francesi che operano in Russia, a discapito, come abbiamo visto in Libia, di quelle italiane. In fondo però, il messaggio di Macron è anche e soprattutto un messaggio culturale, che evoca un'Europa indipendente, filoatlantica ma identitaria. Un'Europa che, se fosse stata presente a se stessa, federale, unita, avrebbe potuto prevenire questo ennesimo conflitto e anche evitare quanto è accaduto in Afghanistan.

Come ha ricordato in un'intervista a Repubblica ieri Michael Ignatieff, saggista ed ex rettore dell'Università di Budapest, cacciato da Orban, abbiamo commesso errori fin da quando ai tempi di Eltsin abbiamo favorito le liberalizzazioni, senza prima accompagnare la Russia verso la democrazia liberale. E ancora, non abbiamo visto i segnali che erano stati lanciati fin dal 2007, quando Putin mise in discussione l'ordine mondiale post caduta del muro di Berlino e, poi, con l'Invasione della Crimea e del Donbass.

Si aggiunga poi che abbiamo lasciato che il disimpegno americano si trasformasse in una tragedia per il popolo afghano. In questo momento, le lacrime delle giovani donne di Kabul, a cui i Talebani impediscono di andare a scuola, sono lacrime che pesano sulle nostre coscienze. Così come il sangue degli uomini e delle donne di Kiev.

Il dolore dei profughi che scappano. No, non ci laveremo le coscienze limitandoci a inviare armi e a condannare il regime di Putin. Non basta l'accoglienza di chi fugge. Quello che il popolo ucraino vuole, è porre fine alla guerra, mantenendo però la loro sovranità. Non una resa, ma un accordo. È compito dell'Europa trovare una mediazione che porti alla pace. Se non lo farà, ne risponderà davanti alla storia. 

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