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La missione di Mario Draghi e la strada in salita per formare il governo

È difficile prevedere se effettivamente riuscirà a decollare il Governo Draghi, anche se dalla sua ha un dovere che non può non essere avvertito dalle forze politiche di agire, prima ancora che in senso costruttivo, “de damno vitando”: il danno, cioè – per il modo in cui potrebbero reagire istituzioni e mercati – che si provocherebbe, a questo punto, se l’ex Governatore della Banca d’Italia dovesse gettare la spugna. Non è, al momento, molto, ma è pur sempre un argine.

Ieri, poi, il fatto nuovo, da non sottovalutare anche per i riflessi nei “5Stelle”, delle dichiarazioni di Giuseppe Conte a favore di un Governo politico, non affatto tecnico, che compia scelte politiche nonché l’assicurazione del suo operare per la formazione di un tale governo. Non ha altresì sottaciuto l’esigenza che l’“alleanza per lo sviluppo sostenibile” giallo-rossa (5Stelle, Pd, Leu) possa consolidarsi. Le consultazioni promosse da Draghi daranno, per ora, importanti segnali che consentiranno di orientarsi con buona approssimazione verso questo o quello sbocco.

A tale riguardo, fondamentale si prospetta il tipo di formazione dei ministeri – anche alla luce del carattere politico auspicato da Conte – che il Presidente incaricato ha in mente. Il ricordo del Governo Ciampi del 1993, costituito da tecnici e da politici, viene da molti presentato come un esempio da imitare oggi, mentre si sprecano ancora gli inadeguati parallelismi pure con Einaudi e De Gasperi. Ma anche il richiamo dell’Esecutivo del 1993 non tiene conto dell’enormemente diversa realtà politico-istituzionale di allora, in generale della pur grave ma del pari diversa situazione del Paese, delle differenze per estrazione, cultura, “cursus honorum” nel settore pubblico tra Ciampi e Draghi.

Il criterio di scelta dei ministri, se ci si arriverà, è comunque cruciale, dovendo anche tener conto del “mandato” quale quello conferito da Sergio Mattarella per un esecutivo che non incarni una specifica formula (cosa che, però, potrebbe non essere in contrasto con il carattere politico dello stesso Governo). In questo quadro, fondamentale si riconferma la titolarità che sarà assegnata per il Ministero dell’economia. Direttamente o indirettamente una parte delle riforme da promuovere – fisco, pubblica amministrazione, libero mercato e concorrenza, sostegni e sussidi pubblici – vede il Ministero in primo piano. Si aggiunga il ruolo da svolgere per una sostanziale revisione dell’elaborazione, sinora predisposta, del Recovery Plan e per sollecitare e concorrere alla revisione di importanti istituti e norme europei, concernenti il Patto di stabilità, il Fiscal Compact, il divieto di aiuti di Stato, la funzione antitrust, una serie di regolamentazioni in materia bancaria.

Al limite, Draghi potrebbe anche tenere l’interim del Tesoro, ma apparirebbe troppo. Colui che siederà, a Via XX Settembre, sulla sedia che fu di Quintino Sella deve essere, ovviamente, in armonia con il Premier, ma deve pure essere e deve apparire dotato di una sufficiente autonomia propositiva e decisionale; diversamente sarebbe ritenuto eterodiretto. Molti personaggi vengono ora “candidati” nelle cronache.

Fra questi vi è Fabio Panetta, già Direttore generale della Banca d’Italia, ora autorevole membro dell’Esecutivo della Bce. Panetta, che è un eccellente economista, è tra i massimi esperti riconosciuti a livello europeo e internazionale in materia bancaria e finanziaria. Nella Bce cura iniziative fondamentali, a cominciare dal progetto rivoluzionario dell’euro digitale.

A Francoforte, dove è arrivato da poco tempo, potrebbe avere una ulteriore ascesa nella carriera. Gode di grande credibilità e di un indiscusso prestigio che si riverbera anche sull’Italia. Non si vede, allora, perché dovrebbe lasciare una postazione nodale, che risponde agli interessi dell’eurosistema, dell’Unione e dell’Italia, per ritornare subito nel nostro paese, imitando, dopo circa cinquanta anni, Franco Maria Malfatti che lasciò la carica di Presidente della Commissione Ue per candidarsi al Parlamento italiano, coprendosi così di commenti ironici e pesantemente negativi. È da ritenere che il primo a fare un ragionamento come questo qui svolto sia lo stesso Panetta al quale di certo non fanno difetto grande lucidità e consapevolezza degli interessi generali. Identiche considerazioni potrebbero valere per un eventuale rientro da Bruxelles di Paolo Gentiloni, con la prospettiva di assumere la titolarità di un Dicastero. Gli ostacoli da superare per giungere al varo di un Governo non sono pochi, a cominciare, ovviamente, dal programma. Ma questi ostacoli non sono pedine di una dama da muovere con leggerezza. 

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