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Consulenze e appalti sospetti al Teatro di Roma

Francesco Storace
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Se ci fosse un barlume di serietà oggi dovrebbe saltare il Consiglio di amministrazione del Teatro di Roma. Perché si è esagerato con i quattrini pubblici persino nell’anno tragico della pandemia. Con la cultura non si mangia, dissero tempo addietro. Ma ci sono pure quelli che ci mangiano e assai. La società dei magnaccioni staziona proprio al Teatro di Roma sotto gli occhi benevolenti del vicesindaco Bergamo.

È un’altra brutta storia di appalti e consulenze quella che oggi racconta Il Tempo sulla base di documenti esistenti e ignorati da molti mesi. In primis da Virginia Raggi e Nicola Zingaretti. Oggi si svolgerà appunto il consiglio di amministrazione del Teatro e vedremo se si oserà fare ancora orecchie da mercante, a partire dal ministero dei beni culturali. Ormai è una struttura da commissariare senza indugi: la tesi avanzata da Fratelli d’Italia col deputato Federico Mollicone e il capogruppo in Campidoglio Andrea De Priamo dovrebbe essere l’unica cosa seria da fare all’esame delle carte. Ogni anno si sperperano centinaia di migliaia di euro tra appalti e consulenze - addirittura 260mila alla voce grafica eventi manutenzione... - persino nel 2020 del Covid. Per fare cosa nessuno lo sa.

Si sa solo che sono arrivati pure i carabinieri a sequestrare – a dicembre scorso! – un bel po’ di carte, che il tutto è stato segnalato a Comune e Regione, che i revisori dei Conti hanno messo nero su bianco tutte le irregolarità a cui il presidente del teatro, Emanuele Bevilacqua assieme ai membri del Cda ha risposto in una maniera incredibile. E un tantinello arrogante. Poi c’è stato il gran ballo delle nomine con un direttore spostato alla consulenza artistica ed oggi dovrebbe arrivarne uno nuovo a duecentomila euro l’anno. Ma si può davvero andare avanti così? Finora se ne sono accorti Mollicone e De Priamo, ma è ora che agiscano anche quelli che hanno il potere di decidere di calare il sipario…

A quanto risulta a Il Tempo – ma anche a Zingaretti, alla Raggi e al potentissimo vicesindaco di Roma Luca Bergamo – solo a febbraio il presidente Bevilacqua si degnò di avvisare il collegio dei revisori dei Conti, allora presieduto dal dottor Giuseppe Signoriello, che ben tre mesi prima, il 10 dicembre 2019, erano arrivati i carabinieri. L’Arma aveva fatto accesso al Teatro Argentina e al Teatro India. I sei militari erano a caccia di documentazione. In pratica, avevano verificato che in una sola giornata erano stati assegnati lavori di manutenzione ad una sola ditta per novantamila euro, ma suddivisi in diversi appalti «senza adempiere alle procedure obbligatorie di gara e trasparenza»: così Signoriello nella sua prima denuncia sul tema. Nella nota il presidente dei revisori chiedeva le dimissioni di chi aveva firmato i singoli appalti e di «tutte le persone coinvolte»; la costituzione di un nucleo di valutazione per verificare l’accaduto; l’immediata nomina dell’organismo di vigilanza scaduto da otto mesi. Dieci giorni dopo – il 19 febbraio – Signoriello tornava alla carica con ancora più dettagli. Svelava l’esistenza di un procedimento penale in Procura (numero 501116/201), l’entità dei lavori parcellizzati, l’affidamento alla ditta Edil Svim Co srl, il "dettaglio" della firma dell’affidamento da parte del solo direttore senza alcun appalto. L’11 febbraio il direttore Barberio Corsetti si era dimesso – diventando poi consulente… - e quindi bisognava nominarne uno nuovo per evitare una gestione affidata impropriamente al Cda. Neanche per idea: il presidente Bevilacqua si è praticamente trasformato in direttore senza titolo e i guai si sono ingigantiti.

Con il nuovo collegio dei revisori – subentrato al precedente a giugno 2020 - la musica non cambia. Fino alla clamorosa relazione del 23 novembre scorso: il presidente dell’ente ha continuato ad agire come direttore «procedendo a stipulare molteplici contratti di consulenza estera e ad affidare alcuni contratti di servizio». 
I revisori lamentano il rischio di «danno erariale» per «gli incarichi esterni a professionisti». In taluni casi si è «duplicata la medesima consulenza, con il latente rischio che sia riconosciuta la natura subordinata della prestazione». E comunque ogni scelta dei contraenti del Teatro di Roma «è stata effettuata in assenza parziale o totale delle procedure previste dal codice degli appalti». Addirittura si è affidato il controllo di gestione ad una società esterna, col parere contrario dei revisori, per una spesa di oltre 27mila euro, «in piena pandemia e con l’attività dei teatri sospesa».
E tanti altri rilievi simili su spese totali da centinaia di migliaia di euro nel corso dell’anno. Ai revisori ha risposto con una lettera imbufalita il giorno successivo il Cda, con la prima firma del solito Bevilacqua. Con argomentazioni francamente irritanti, ad esempio, bollando le contestazioni del collegio come iniziativa «estremamente grave e incomprensibile», come se fossero i revisori ad essere soggetti al controllo del Cda e non il contrario. Bevilacqua e i suoi colleghi arrivano a denunciare «un atteggiamento conflittuale», addirittura segnalando «con viva preoccupazione» che «il rappresentante del ministero dei beni culturali nel Cda ha anch’essa assunto sempre decisioni contrarie alla maggioranza». Ohibò, come si permette?

Oggi, la resa dei conti. Che potrebbe essere definitiva per chi pensa di poter tiranneggiare in seno al Teatro di Roma.
 

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