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Dalla giustizia ai Benetton, chi comanda nel Movimento 5 Stelle?

Carlantonio Solimene
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Il rischio è fare la fine dell'«odiato» Pd quando si dimise dalla leadership l'«odiato» Renzi. Le somiglianze con l'odierna situazione del Movimento 5 stelle sono numerose. Anche allora c'era stato un passo indietro traumatico, così come quello di Luigi Di Maio. E anche in quel caso la successione non era avvenuta attraverso una staffetta, ma passando per un periodo di reggenza, con Vito Crimi chiamato a recitare oggi il ruolo che all'epoca spettò a Maurizio Martina. Tutti ricordano come andò a finire, con l'ex ministro dell'Agricoltura che solo formalmente guidava i Democratici, mentre una buona fetta del partito obbediva ancora all'ex segretario. I nodi vennero al pettine quando Martina fu sul punto di siglare un patto di governo con il presidente della Camera Roberto Fico e Renzi fece saltare tutto in diretta tv. Ebbene se all'epoca la questione era sicuramente di un certo peso, i temi oggi sul tavolo del Movimento 5 stelle sono se possibile ancora più decisivi. Perché non c'è solo da decidere se rimanere o meno al governo con il Pd, specie se in Emilia Romagna i Dem dovessero uscire sconfitti. Ma anche da stabilire come rimanerci. Da alleati organici o da partner pro tempore? Cercando il compromesso o lo scontro quotidiano? E, in assenza di un leader legittimato dal voto su Rousseau, a chi spetterà dirimere questi nodi? Al «reggente» Crimi o al futuro capo delegazione al governo, presumibilmente Stefano Patuanelli? Un rebus, insomma, che rischia di paralizzare le mosse di quello che, nonostante le fuoriuscite, resta il gruppo di maggioranza relativa in Parlamento. A partire dalla prossima settimana, quando archiviate le elezioni regionali, verranno al pettine tutti i nodi che ormai da un mese sono rimasti in sospeso. La prescrizione, per dirne una. Teoricamente, il «d-day» della maggioranza potrebbe essere martedì 28 gennaio, appena 48 ore dopo il voto. Quando dovrebbe andare in Aula alla Camera la proposta di legge del forzista Enrico Costa che di fatto cancellerebbe la riforma voluta da Bonafede. Un provvedimento che i parlamentari di Italia Viva sarebbero pronti a votare «a meno di una retromarcia del ministro della Giustizia». Cosa farà Bonafede? Andrà fino in fondo o si mostrerà più ragionevole? Porterà l'esecutivo a un passo dalla crisi facendo infuriare i governisti o cederà su una battaglia storica dei Cinquestelle mandando in fibrillazione l'ala dei puristi? E, soprattutto, a chi dovrà rendere conto della sua scelta? Nel dubbio, la maggioranza starebbe brigando per cercare di riportare il provvedimento in commissione e rinviare la resa dei conti. Ma è evidente che non si potranno procastinare i tempi all'infinito... SE VUOI CONTINUARE A LEGGERE CLICCA QUI

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