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GUAI AI VINTI

Le Foibe dimenticate

Le Foibe dimenticate

Commemorazione per le vittime delle foibe a Milano

La Giornata del Ricordo non se la ricorda mai nessuno. La celebrazione prevista nel calendario della Repubblica italiana – la ricorrenza del 10 febbraio, istituita nel 2005 – per le istituzioni è oggi solo un disbrigo formale. Prova ne sia che i più alti vertici – il Capo dello Stato e anche il Presidente del Senato – ancora lo scorso anno disertavano la cerimonia al Sacrario di Basovizza in Friuli incuranti del ricordo di ventimila italiani torturati e gettati nelle foibe alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

La decisione del presidente della Repubblica e della “Seconda carica dello Stato” – entrambi impegnati altrove – non ebbe altra protesta che quella silenziosa e rassegnata delle associazioni degli esuli italiani costretti ad abbandonare case e lavoro a Trieste, in Istria, a Fiume e nella Dalmazia per sfuggire al terrore imposto dai combattenti comunisti guidati da Josiph Tito, il leader della Jugoslavia. Non ci fu nessun editoriale in nessuna delle pur attente testate della rispettabilità repubblicana e democratica a rammaricarsi di ciò, anzi, tutto finì nella consueta alzata di spalle: non importa a nessuno.

Guai ai vinti, dunque. Le foibe, dove hanno trovato morte degli italiani innocenti, sono fenditure carsiche usate come discariche, ma i pozzi ancora più inesorabili sono quelli dell’oblio. E sono abissi di doppia morte. Politica e civile.

Le scene cui assistiamo oggi – quelle dei profughi in fuga dal terrorismo, o in altri luoghi della crisi internazionale – sono le stesse di quelle vissute negli anni del dopoguerra in Italia. Stesse scene ma con un’aggravante: l’odio fratricida.

Quando al porto di Ancona, alle navi cariche di italiani scappati alle mitragliatrici di Tito o alla morte nei pozzi di roccia, veniva impedito l’attracco, era l’odio a proclamare col motto di Brenno – guai ai vinti – la condanna di doppia infamia, politica e civile.

Altri italiani, infatti, negavano soccorso agli italiani. Come alla Stazione di Bologna. Arrivava un treno carico di profughi istriani – tutti affamati, disidratati e stremati dalle torture subite – e altri italiani, sotto le vittoriose bandiere rosse benedette dalla rispettabilità repubblicana e democratica, costringendo il convoglio a proseguire, versavano sui binari il latte caldo portato dalla Croce Rossa affinché non una sola goccia potesse dare ristoro a quei disperati.

Erano italiani gli italiani della Giornata del Ricordo. Scappavano dalla morte e venivano incontro al cappio dal doppio nodo: scappare dalla propria Patria per ritrovarsi ripudiati in Patria. Dimenticati oggi, come ieri, come sempre e come domani quando il 10 febbraio prossimo, nessuno – a parte il disbrigo ormai francamente offensivo – se lo ricorderà.

Ed è verosimile che Sergio Mattarella, in coerenza con il suo proposito di tenere vivo il sentimento della guerra civile – basti pensare alla solerzia del suo antifascismo in assenza di fascismo – facendo eterno il dopoguerra fratricida, anche quest’anno si ricorderà di dimenticare.

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