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La metamorfosi di Renzi da spietato rottamatore a ospite dei salotti buoni

Nel 2014 disertò Rimini e l’Ambrosetti. Ma quest’anno flirta con i "poteri forti"

La metamorfosi di Renzi da spietato rottamatore a ospite dei salotti buoni

Renzi

Da rottamatore scavezzacollo a leader a proprio agio nei salotti buoni dell’economia e della finanza. A Cernobbio si compie la metamorfosi di Matteo Renzi. Il premier, il 4 settembre del 2014, non nascose tutta la propria idiosincrasia per simposi ed establishment, tuonando: «No, a Cernobbio non vado. Togliamo l’Italia dalle mani di quelli che vanno nei salotti buoni. L’establishment che storce il naso è lo stesso che ha rovinato il Paese».

A distanza di 365 giorni la situazione è radicalmente mutata. Nel 2014, infatti, Renzi disertò l’assemblea di Confindustria e non andò neanche al Meeting di Rimini, tuonando: «Nessuno riuscirà a condizionarmi. Qui si cambia davvero». E il premier, in effetti, è cambiato, decidendo quest’anno di partecipare sia all’evento di Comunione e Liberazione - che l’ha osannato dopo anni di vicinanza al centrodestra - sia al Workshop Ambrosetti organizzato dagli industriali. Segno che per fare le riforme, per andare avanti al governo ha bisogno anche della copertura dei cosiddetti «poter forti» economici, sia se si chiamino Cl sia se gravitino nell’orbita di banchieri o industriali.

Nella sua prima volta Cernobbio il presidente del Consiglio ripete come un mantra gli annunci cavalli di battaglia degli ultimi due mesi: giù le tasse, avanti con le riforme. Renzi torna ad usare la metafora ciclistica per declinare i propri rapporti tra Italia e Unione europea. «Gli ultimi dati del Pil - dice il premier - non erano desolanti prima e non sono esaltanti oggi, ma siamo tornati nel semestre al livello dei nostri partner europei, è come se un ciclista caduto fosse rientrato nel gruppo dei partner». Ma per Renzi «il problema è che questo gruppo cresce poco, va piano e siccome abbiamo l’ambizione della maglia rosa, siccome vogliamo essere leader, abbiamo bisogno di correre più forte». Anche perché «l’Italia non è più il problema dell’economia europea, non è più un problema dell’economia mondiale ma è un Paese solido, stabile e forte. Dal prossimo anno il nostro debito comincerà a scendere».

Sul fisco, Renzi ribadisce che «l’obiettivo di questo governo è render questo Paese più semplice e più equo e giusto. Questo coinvolge il tema del fisco ma anche della giustizia». Il premier ribadisce così l’intenzione di voler abbassare a partire dal prossimo anno e fino al 2018 la pressione fiscale sia per le imprese che per i cittadini, si dice preoccupato per l’«estensione delle competenze» dei Tar e assicura: «La legislatura arriverà tranquillamente fino al 2018».

Per raggiugnere tali obiettivi, però, è necessario portare a compimento tutte le riforme: «Questo è stato un lungo anno di contestazioni, in cui la mia minoranza con invidiabile senso di coerenza non ha mancato di contestarmi ad ogni occasione. Ci sarà da discutere ma bisogna uscire dalla logica del "resistere resistere resistere" perché l’Italia è una miniera di opportunità». I risultati del resto si starebbero già vedendo, ad sempio sul lavoro: «C’è stato un aumento di 236mila posti, il 20% di quelli persi durante la crisi. L’Istat ci dice che la zona in cui si recuperano più posti di lavoro è il Mezzogiorno e questo è accaduto in un anno. Meglio di quanto atto dalla Germania. L’Italia ha fatto in un anno quello che la Germania ha fatto in tre».

Non mancano stilettate ai sindacati («sulla contrattazione si diano una mossa») e allo stesso mondo dell’economia: «Il tempo dei salotti buoni e dei patti di sindacato è finito per tutti. Il patto di sindacato ha fatto danni. Il mondo economico deve avere lo stesso cambiamento che c’è stato in quello politico». Già. E loro, gli industriali? «Oggi lo voteremmo tutti», chiosano. Com’è lontano il settembre dello scorso anno.

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