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Italicum, sì della Camera. L'alleanza Renzi-Berlusconi supera il primo scoglio

Il testo passa con 365 voti a favore, ma la maggioranza traballa: Scelta Civica si astiene, i Popolari votano "no". Sugli emendamenti il Pd si è spaccato. Niente preferenze e quote rosa. Renzi: volevano farmi fuori

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In buona sostanza è una conferma senza novità del patto del Nazareno, e successive modificazioni e integrazioni. Dalle nuove percentuali per lo sbarramento e il premio di maggioranza, all'applicazione dell'Italicum solo a Montecitorio in vista della soppressione del Senato come Camera elettiva. Liste bloccate e collegi plurinominali. Niente preferenze, né primarie obbligatorie. Niente quote rosa. Dopo il giro di boa degli emendamenti principali, caduti sotto il voto di una maggioranza trasversale, ma traballante, oggi arriva il voto definitivo della Camera. L'Aula ha approvato l'Italicum con 365 voti favorevoli, 156 contrari e 40 astenuti. Il testo dovrà passare ora al Senato, dove si annunciano nuove battaglie, soprattutto per l'introduzione della parità di genere. Si sono espressi per il "no" la Lega, Fratelli d'Italia - che denunciano la mancanza delle preferenze -  il Psi, il Movimneto 5 Stelle, che ha definito la legge "un'orrenda schifezza", per bocca del deputato Danilo Toninelli. "No" anche da Sel. Gennaro Migliore, durante le dichirazioni di voto, ha definito "maleodorante" il testo dell'Italicum, mentre i suoi colleghi hanno inscenato una protesta alzando in aria copie della Costituzione. Pesa il fatto che Scelta Civica, parte della maggioranza che sosteneva la legge, si sia astenuta. Anche i Popolari per l'Italia hanno votato "no". In Forza Italia si è fatto notare il voto contrario di Michaela Biancofiore. Subito dopo la votazione, anche i grillini hanno dato vita a una protesta esponendo dei cartelli con le fotografie di Berlusconi e Renzi unite da un cuore rosso, con la scritta: "Profonda sintonia. Condannati all'amore". Pippo Civati ha espresso massimo dissenso e, in direzione contraria al suo partito, ha deciso di non partecipare alla votazione perché non condivide le soglie "abnormi", la possibilità di candidature multiple e l'assenza di norme sulla parità di genere. Sul suo blog ha scritto: "Questa legge è fatta male. Ma male. Ma proprio malissimo. Ci sono le liste bloccate. C'è la candidatura multipla fino a otto collegi dello stesso candidato, che la Corte costituzionale ha ritenuto incostituzionale. Ciò, unito all'algoritmo che è stato adottato, per la assegnazione nazionale dei seggi, consente una totale inconoscibilità della destinazione del voto. Non solo per l'elettore: anche per l'eletto". Il presidente del Consiglio, che oggi presenterà il suo pacchetto di interventi economici, dal piano casa al taglio delle tasse per 10 miliardi di euro, ha espresso la sua profonda soddisfazione su Twitter:   Grazie alle deputate e ai deputati.Hanno dimostrato che possiamo davvero cambiare l'Italia. Politica1~Disfattismo0. Questa è #laSvoltabuona — Matteo Renzi (@matteorenzi) 12 Marzo 2014   Ieri l'articolo 1 di quella che sarà la nuova legge elettorale, è stato votato a scrutinio segreto con 315 “sì” contro 237 “no”. Via libera quindi all'emendamento che sposta dal 35% al 37% la soglia di sbarramento per avere il premio di maggioranza, dal 5 al 4,5% quella di ingresso per i partiti in coalizione e mantiene la soglia dell'8% per i partiti non coalizzati e la soglia del 12% per le coalizioni. Rimane del 15% il premio di maggioranza. Il testo sancisce inoltre il criterio del doppio turno di ballottaggio per le due coalizioni o per i due partiti che ottengono più voti senza però raggiungere la soglia del 37%. All'appello però sono mancati 101 voti della maggioranza che sostiene l'Italicum, formata da Pd, Forza Italia, Nuovo Centro Desta e Scelta Civica. Se si considerano  gli assenti e i giustificati per le missioni, la “fronda” dei franchi tiratori conta 51 deputati. Sui singoli emendamenti, dalle quote rosa alle preferenze, hanno pesato numerosi mal di pancia: quelli del Nuovo Centrodestra per le liste bloccate e quelli di donne e minoranza Pd che avrebbero voluto la parità di genere e almeno le primarie obbligatorie. Il governo aveva lasciato libertà di voto e di coscienza sulla questione della rappresentanza femminile, ma su tutti gli altri punti l'intento tracciato da Renzi era chiaro: mantenere il patto sottoscritto con il Cavaliere, unica via per ottenere il tanto auspicato cambio della legge elettorale. In un colloquio con Repubblica non a caso il premier ha dichiarato: “Volevano farmi fuori ma ho vinto io. In questi giorni non si è parlato di donne, si è cercata un'operazione politica per dire che non controllavo il Pd”. Certo è che il Pd su più votazioni non ha trovato compattezza, anzi. Con Rosy Bindi sono volate accuse, Bersani ha chiesto modifiche di sostanza al testo dell'Italicum, da Fassina e Boccia sono partiti aperti segni di dissenso.   Preferenze bocciate. Nonostante il pressing delle scorse settimane del Nuovo Centrodestra, Fratelli d'Italia e minoranza Pd, l'emendamento che mirava all'introduzione della possibilità di scelta nominale del candidato da parte degli elettori, non è stato approvato. L'emendamento, a prima firma La Russa (Fdi), era stato precedentemente accantonato. Governo e commissione hanno dato parere contrario. Già nella seduta notturna di giovedì scorso, l'Assemblea di Montecitorio aveva bocciato alcuni emendamenti sulle preferenze, che non sono passate per per 35 voti di scarto. D'altronde l'introduzione delle preferenze era stata caldeggiata proprio da componenti stesse della maggioranza a sostegno dell'Italicum. Da Ncd in primo luogo. Tant'è che il vicecapogruppo alla Camera, Dorina Bianchi, ha dichiarato: “Siamo consapevoli che dobbiamo rispondere alle domande dei cittadini e quella che sentiamo più forte è sulle preferenze”. Ma anche buona parte dei democratici le avrebbe volute. Il primo tra loro a rompere il velo è stato Francesco Boccia, che prima del voto ha annunciato la sua sottoscrizione dell'emendamento La Russa e anche di quello Gitti (Popolari per l'Italia) che prevedeva le doppie preferenze di genere. "Non votare le preferenze - ha detto l'esponente Pd - è una scelta ipocrita”.   “No” all'emendamento Gitti sulle doppie preferenze di genere. Anche l'emendamento Gitti è stato però bocciato, con 20 voti di scarto. Secondo la proposta, "l'elettore può manifestare un massimo di due preferenze, esclusivamente per candidati della lista da lui votata, purché siano di genere differente". Il voto ha provocato una spaccatura nel gruppo del Pd, e questa volta tra le donne. Molte deputate del partito di Renzi hanno deciso di disobbedire all'indicazione del gruppo sul voto contrario. Eclatante lo strappo di Rosy Bindi che ha annunciato apertamente, senza nascondersi dietro al voto segreto, di votare a favore dell'emendamento sulla doppia preferenza per uomo e donna. Hanno votato a favore Lega, M5s, e Sel. Contro Pd, Fi, Ncd, Scelta civica. I popolari per l'Italia avevano parlato di "ultima chance" per le donne. Nonostante la richiesta di Renzi agli esponenti del suo partito di votare compatti, alla fine per evitare il "sì" alla preferenze che avrebbe fatto saltare l'accordo con Forza Italia, sono stati fondamentali i voti degli epsonenti del governo parlamentari, tra cui 11 sottosegretari.   Niente primarie obbligatorie. L'aula della Camera ha respinto anche l'emendamento di Marco Meloni (Pd) che prevedeva le primarie obbligatorie “da svolgere almeno due mesi prima della data di scadenza del termine per la presentazione delle candidature per il rinnovo della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica”. Molti deputati del Pd, tra cui Stefano Fassina, avevano dichiarato voto favorevole contrariamente a quanto dettato dal partito. Commissione e governo avevano dato parere contrario.   Via libera alle candidature plurime. La possibilità di candidarsi in più collegi era stata inserita in due emendamenti di Pd e Forza Italia. Ok della Camera, ma con il limite di massimo 8, multicandidature.   Saltato il Salva-Lega. Forza Italia ha ritirato l'emendamento con la clausola di salvaguardia territoriale cosiddetta Salva-Lega, perché prevedeva la possibilità di aggirare le soglie di sbarramento per il partito che riesce a ottenere un numero minimo di voti un un insieme ristretto di collegi, su tre regioni sostanzialmente. Renato Brunetta ha spiegato che la proposta è stata ritirata per evitare un voto contrario dei democratici e che verrà riproposta in Senato.

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