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Il saluto ad Andreotti del popolo romano

Il ricordo del parroco-amico «Un fedele attento ai bisognosi»

Il saluto ad Andreotti del popolo romano

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Dicevano di lui che era talmente fissato con la puntualità che, spesso, finiva con l’arrivare in anticipo. Lo ha fatto anche ieri, Giulio Andreotti, quando ha percorso per l’ultima volta il breve tratto di strada che separa la sua abitazione, in Corso Vittorio Emanuele 326, dalla chiesa di San Giovanni dei Fiorentini. La sua bara, semplicissima in legno chiaro, ha varcato il portone della storica parrocchia alle 16.45, un quarto d’ora prima dell’orario fissato per le esequie. Ad attenderlo, nella piazza antistante, un’enorme folla di cittadini ai quali fino in quel momento era stato precluso l’ingresso nella chiesa. I big della politica che hanno voluto tributargli l’ultimo saluto si erano già accomodati all’interno, e così all’arrivo del feretro l’applauso partito spontaneamente era quello della gente comune. Quella che il senatore a vita non aveva mai dimenticato. Non a caso nelle interviste, anche a margine dei vertici con i capi di Stato stranieri, non esitava a definirsi un «popolano romano».

E un altro frammento di quel rapporto così stretto con i suoi concittadini l’ha regalato il suo amico-parroco don Luigi Veturi, durante la breve omelia pronunciata nel corso del funerale. «In molti venivano a consegnarmi lettere indirizzate al presidente - ha raccontato - perché sapevano che era il modo più certo per vedergliele recapitate. Io gli chiedevo scusa, perché non riuscivo a dire di no a tutti quei fedeli, ma lui mi rispondeva: "E perché avresti dovuto dire di no?". Poi, dopo due giorni, tornava in parrocchia un suo assistente e mi portava le lettere di risposta, scritte a mano da Andreotti. È sempre stato attento a tutti, con particolare attenzione ai poveri».

Nella mattinata era ripreso il pellegrinaggio di vecchi amici e politici alla camera ardente nell’abitazione del senatore. Tra i primi ad arrivare il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. In chiesa, qualche ora più tardi, il capo dello Stato sarebbe stato invece rappresentato da una corona di fiori sostenuta da due corazzieri. Il programma stabiliva che la bara sarebbe stata portata a spalla in chiesa, maltempo permettendo. Poi, il cielo della «sua» Roma ha voluto regalargli sprazzi di sereno nel bel mezzo di un maggio capriccioso e così il cerimoniale si è potuto svolgere come previsto.

La presenza di alcune centinaia di fedeli comuni all’esterno della Chiesa, nonostante il rifiuto delle esequie di Stato e la volontà di avere una celebrazione privatissima, ha convinto i responsabili per la sicurezza ad aprire le navate laterali della parrocchia ai privati cittadini. L’ingresso è stato inibito solo a macchine fotografiche e telecamere. Così San Giovanni dei Fiorentini si è riempita silenziosamente e ha ospitato una cerimonia molto sobria, proprio come sarebbe piaciuto ad Andreotti.

Nei banchi centrali, invece, oltre alla numerosa famiglia del senatore stretta intorno alla moglie Livia, si è radunata buona parte della classe politica che a segnato la storia del Paese dagli anni ’80 in poi. C’era il presidente del Senato Pietro Grasso, i senatori a vita Mario Monti ed Emilio Colombo, Maurizio Gasparri e Gianni Letta del Pdl, Giuseppe Fioroni, Marco Follini e Rosa Russo Jervolino del Pd, naturalmente Pier Ferdinando Casini. Ma c’era soprattutto una foltissima rappresentanza della Democrazia Cristiana che fu. Da Ciriaco De Mita a Giuseppe Ciarrapico, dall’amico Paolo Cirino Pomicino ad Arnaldo Forlani. Proprio lui, l’unico testimone rimasto di quel CAF (Craxi-Andreotti-Forlani) che ben prima del recente ABC (Alfano, Bersani, Casini) aveva dimostrato l’ineluttibilità delle larghe intese in determinate fasi storiche. E a rappresentare l’alleato-rivale Bettino la figlia Stefania Craxi e il socialista Gianni De Michelis.

Dopo le frasi di rito, è stato don Luigi Cetori a prendere la parola: «Chi era Giulio Andreotti? Un uomo di fede attento ai più bisognosi - ha raccontato il parroco - l’Andreotti che ho conosciuto non aveva a che fare con quello che si diceva di lui. Non si può prescindere da Andreotti senza comprendere che la fede ha illuminato tutta la sua vita e il suo percorso umano». Finisce l’omelia, parte il secondo applauso. Alla fine saranno quattro, con quelli che salutano la bara all’uscita dalla chiesa, prima di essere portata al cimitero monumentale del Verano. Tutto molto silenzioso, a voler rispecchiare il carattere schivo dell’uomo. I contestatori che hanno attaccato duramente il senatore sul web, anche nel giorno del lutto, in piazza non si sono fatti vedere. Sarebbero stati comunque in minoranza vista la folla enorme accorsa.

Giulia Bongiorno, avvocato di Andreotti nel lungo processo sui rapporti con la mafia, ha pianto ancora durante la cerimonia. Poi, all’esterno, ha dedicato l’ultimo pensiero al «Divo»: «Tutte le polemiche che si sono scatenate mi hanno fatto un po’ arrabbiare - si è sfogata - ma al tempo stesso mi viene da sorridere. Perché chi ha capito veramente Andreotti sono tutte le persone arrivate qui oggi per partecipare a una cerimonia privata. Tutti quelli che si sono commossi».

Tra gli «ammiratori» del senatore un signore che ha esposto un cartello: «Un politico così se ne va - questa la scritta - un altro quando nascerà? Io aspetto ancora». Sostanzialmente lo stesso concetto espresso da Clemente Mastella, intervistato sul sagrato: «Nella politica attuale non c’è nessuno in grado di raccogliere il suo testimone».

Ma al «Divo» Giulio, forse, tutto questo non sarebbe piaciuto. Odiava le celebrazioni, a maggior ragione se dedicate alla sua persona. «Cosa vorrei sulla mia epigrafe? - si chiedeva con la consueta ironia - Data di nascita, data di morte. Punto. Le parole delle epigrafi sono tutte uguali. A leggerle uno si chiede: ma scusate, se sono tutti buoni, dov'è il cimitero dei cattivi?».

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