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Monti vuole il modello danese per il lavoro

Il ministro del Lavoro e delle politiche sociali Elsa Fornero

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Monti conferma la deadline. La trattativa sulla riforma del mercato del lavoro va conclusa entro marzo e rispettando gli impegni presi con Bruxelles e i partner europei. Il che significa introdurre dosi di flessibilità in entrata e in uscita. Il premier lo ha ribadito in una intervista al Wall Street Journal il giorno stesso in cui i leader sindacali si sono prima incontrati tra di loro e poi hanno visto i vertici di Confindustria, Ania e Abi. Monti ha assicurato che saranno «cambiate le leggi che contengono le tutele dell'impiego e rimosse le barriere che impediscono l'entrata nel lavoro». L'obiettivo è «ridurre» la dicotomia «tra quelli che sono protetti, a volte iper-protetti e quelli, in particolare i giovani, che non possono effettivamente entrare nel mercato del lavoro». E ha indicato anche come modello di riferimento, quello danese che è un esempio «ben riuscito di flexsecurity». Il timing della trattativa è stato ribadito anche dal ministro Elsa Fornero che ieri ha avuto un colloquio di tre ore con il segretario generale della Cgil Susanna Camusso e che oggi vedrà il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia. Un round preparatorio al vertice governo-parti sociali che dovrebbe essere convocato per l'inizio della prossima settimana. Nell'incontro di ieri sindacati e Confindustria hanno concordato di aprire un tavolo tecnico permanente con questi temi: contratti di ingresso, contrasto alla precarietà e ammortizzatori sociali. Al momento, l'art.18 sembrerebbe restare fuori dal perimetro di un accordo comune con cui presentarsi al governo. Marcegaglia ha spiegato che «l'idea è di non fare un documento politico ma un contributo tecnico molto dettagliato per il governo su specifici punti». In audizione alla Camera Fornero ha frenato sugli ammortizzatori sociali ribadendo che ci sono «vincoli di risorse drammatici».   Il nodo cruciale della trattativa resta l'articolo 18. Che la Cgil possa avallare la modifica appare molto improbabile. Però è anche vero che il segretario Camusso non intende fare le barricate che spingerebbero il sindacato nell'angolo rompendo quel dialogo con Cisl e Uil faticosamente ristabilito e condannandolo alla solitudine. La quadratura del cerchio è quindi nella definizione di forme di flessibilità che non compromettano le tutele. Il sistema danese a cui Monti si riferisce prevede un'elevata flessibilità dei contratti (non esiste la giusta causa che vieta i licenziamenti) abbinata a indennità di disoccupazione che arrivano al 90% dello stipendio e da politiche attive per il reimpiego. Ma si tratta di un sistema non esportabile in toto. Gli aspetti ai quali penserebbe il governo sono l'introduzione del reddito minimo di garanzia, la valorizzazione del contratto di apprendistato e l'introduzione del contratto unico a tempo indeterminato con protezioni crescenti per il lavoratore e la possibilità di licenziamenti per motivi economici e organizzativi. In questo caso al posto del reintegro vi sarebbe un indennizzo.   La Cisl ha parlato di «manutenzione» dell'articolo 18 che significa tagliare i tempi per le sentenze sui licenziamenti e indennizzare i licenziati per motivi economici. Per superare l'ostilità della Cgil l'ipotesi sul tavolo è di un accordo minimo che non riguarderebbe l'articolo 18 ma solo i punti su cui le parti sono d'accordo: ovvero lo sfoltimento del numero dei contratti, l'estensione degli ammortizzatori sociali e l'accelerazione dei tempi per i ricorsi contro i licenziamenti. Confindustria chiede la flessibilità in uscita con indennizzo invece del reintegro in caso di fine del rapporto di lavoro per motivi economici.

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