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Penati continua a fare il puro Ma il "fango" ormai tracima

Filippo Penati

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Ieri un semideserto consiglio regionale della Lombardia ha accettato all'unanimità le dimissioni di Filippo Penati da vicepresidente dell'assemblea. L'esponente del Pd, indagato nell'inchiesta per presunte tangenti per le ex aree Falck, all'inizio della seduta ha preso brevemente la parola per «chiedere che la mia lettera di dimissioni, la mia volontà che confermo, sia rispettata e tutti i consiglieri votino a favore». E giù applausi dal gruppo del Pd. In realtà, per Penati è un mezzo passo indietro perché non molla la poltrona, anzi continuerà a sedersi tra i banchi dei consiglieri di minoranza del Pirellone, e quindi a percepire lo stipendio di consigliere (circa 10.500 euro lordi al mese, benefit esclusi). Si è anche autosospeso da tutte la cariche di partito ma in tasca tiene sempre la tessera d'iscritto. Quanto al suo successore, si svolgerà nella prima seduta di Consiglio regionale dopo la pausa estiva la nomina del nuovo vice presidente dell'assemblea lombarda, incarico che è espressione delle minoranze. L'Ufficio di presidenza dell'assemblea regionale ha infatti accolto la richiesta avanzata dai capigruppo dell'opposizione di rimandare a fine estate la scelta, per avere così il tempo necessario a portare avanti un confronto tra i vari partiti (Udc, Pd, Italia dei Valori, Sinistra Ecologia e Libertà e Partito Pensionati) e arrivare a una indicazione condivisa. Nel frattempo l'inchiesta va avanti. Il braccio destro di Bersani nega di aver preso tangenti per sé e per il partito ma i suoi due accusatori, Giuseppe Pasini e Piero Di Caterina, ai pm di Monza hanno raccontato nei dettagli come sarebbe avvenuto il passaggio di denaro. «Quello di cui sono assolutamente certo - ha messo a verbale Pasini, secondo quanto riportato ieri dal Corriere della Sera - è che ho pagato 4 miliardi di lire in due tranche a Di Caterina all'estero perché così mi era stato chiesto da Penati in relazione all'approvazione dell'area Falck di Sesto». Pasini ha quindi spiegato ai magistrati che quando chiese a Penati, all'epoca sindaco di Sesto, se era possibile una volta comprato le aree Falck arrivare ad una licenza, si sentì rispondere che «avrei dovuto dare qualche cosa al partito ovvero a qualcuno. A tal fine ho incontrato Penati in comune nel 2000» il quale mi disse che l'operazione «mi sarebbe costata 20 miliardi di lire in tranches di quattro miliardi l'una. Mi disse che a prendere accordi sarebbe venuto Di Caterina» che, «all'epoca era molto amico dell'amministrazione e in particolare di Penati, aveva il compito di portare a casa dei quattrini». Nei verbali, Pasini è un fiume in piena: «Penati non mi disse che i soldi servivano per qualche personaggio politico più in alto, ma ho immaginato che questo potesse essere perché tutti erano interessati all'operazione». Poi Pasini spiega l'operazione e racconta di aver fatto a se stesso (su un conto chiamato "Pinocchio") un bonifico di 4 miliardi di euro in Lussemburgo su Banca Intesa: «Ho ritirato in contanti 2 miliardi che la banca mi aveva già preparato in una valigetta». Soldi dati a Di Caterina, «non ricordo se venne e ritirò personalmente o se su indicazione versai su un conto a lui riconducibile». Gli altri 2 miliardi furono «veicolati sulla Svizzera perché ho un ricordo di un viaggio fatto in macchina con mio figlio Luca per andare a Chiasso o a Lugano». Poi «ci sono state altre occasioni in cui, su richiesta di Penati, ho consegnato somme in contanti in Italia a Giordano Vimercati (in seguito capo di gabinetto di Penati presidente della Provincia di Milano ndr), approssimativamente equivalenti a 500.000 euro tra fine anni 90 e inizi del 2000». Il racconto di Pasini prosegue con altri dettagli sui favori ricevuti e anche su quelli non andati in porto per cui ora attente una restituzione dei soldi pagati. Dal canto suo, dopo la pubblicazione di alcuni stralci dei verbali dei suoi accusatori, Penati ha ribadito la sua estraneità ai fatti e a margine del consiglio regionale si è interrogato per quale motivo Giuseppe Pasini non abbia denunciato i fatti quattro anni fa quando, per il centrodestra, si è candidato sindaco di Sesto San Giovanni. «Siamo alle tangenti con l'elastico» ha detto l'ex vicepresidente del Consiglio regionale lombardo. «In queste ore sono stati resi noti i verbali e la cosa è già singolare di per sé secondo i quali Pasini dà dei soldi all'estero a Di Caterina, 4 miliardi nel 2001, e Di Caterina nel 2010 chiede che io glieli restituisca. Mi sembra - ha proseguito Penati- che la credibilità dei due imprenditori che mi stanno accusando stia crollando tutti i giorni sotto le loro stesse dichiarazioni». Nel frattempo l'inchiesta partita da Sesto San Giovanni sulle Aree Falck preoccupa il mondo della cooperazione. Francesco Agnello e Gianpaolo Salami (il primo avvocato palermitano, il secondo ex amministratore del Pci a Sassuolo negli anni Novanta), i due intermediari coinvolti che per conto del mondo cooperativo hanno gestito partite importanti in tutta Italia. Ad Agnello e Salami, stando alle affermazioni di Pasini, quest'ultimo avrebbe pagato complessivamente 2,4 milioni di euro per non ben precisate consulenze e prestazioni. «Se tirano quel filo, sarà una valanga», è quindi la voce che gira in Emilia a proposito dell'inchiesta che, partita da Sesto San Giovanni, ha coinvolto Omer Degli Esposti, vicepresidente di Ccc, il raggruppamento di cooperative edilizie rosse. Alludendo ai rapporti tra politica e cooperazione rossa, in particolare quella attiva nel mondo dell'edilizia e che l'inchiesta dei pm di Monza potrebbe contribuire a chiarire. Non a caso il sistema fa già quadrato: «Noi stiamo col Consorzio Cooperative di Costruzione, con le sue 240 cooperative associate, i suoi amministratori, i suoi dirigenti e i suoi tecnici: persone serie e perbene che in ormai 100 anni di storia, con competenza e valori etico-morali, hanno consentito al consorzio di diventare una delle prime imprese del settore in Italia», hanno scritto ieri in una nota i vertici di Legacoop Giuliano Poletti (presidente nazionale), Paolo Cattabiani (presidente Emilia Romagna), Giampiero Calzolari (presidente Bologna) e il numero uno di Cooperative produzione e lavoro Carlo Zini.

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