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Contagio tunisino

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Proteste e disordini in molti paesi nordafricani

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Il contagio si è trasformato in un'epidemia. Tutto il mondo arabo, dall'Atlantico a Golfo Persico è in fermento. I popoli rivendicano pane e diritti. Le aspirazioni di una vita migliore trovano nel web il terreno di cultura che fa crescere e organizzare le proteste. Il tam tam sui social network è uno tsunami che sta travolgendo i regimi autocratici del mondo arabo. Oggi è prevista una manifestazione a Gaza e un'altra in Cisgiordania. I giovani palestinesi sono stufi di Hamas e dell'Anp: vogliono contare di più e soprattutto vogliono uscire dal ghetto di «uno Stato no-Stato». Sia la polizia di Abu Mazen sia quella dei miliziani hanno vietato anche le manifestazioni di solidarietà agli egiziani. E ieri nello Yemen l'opposizione è scesa in piazza nonostante le rassicurazioni di cambiamento promesse dal presidente Saleh. Proteste di ispirazione più socialista che fondamentalista. Il presidente Obama ha chiamato il suo omologo a Saanà per rassicurarlo dell'appoggio americano. Lo Yemen è un Paese chiave nella lotta al terrorismo e il rischio che si trasformi in una nuova Somalia preoccupa Washington. Il virus della rivolta non si ferma. Sabato sarà la volta delle proteste convocate a Damasco e ad Aleppo alle quali il regime di Bashar al Assad ha contrapposto altre manifestazioni di sostegno. Intanto internet funziona a singhiozzo e Facebook è oscurato in tutta la Siria. Nel web esplode la rivolta. Nessuno rimane indenne. la «Giornata della rabbia» in Libia è annunciata per il 17 febbraio. Sui siti vignette che criticano il colonnello Gheddafi e proclami che chiedono diritti civili: «Vogliono vivere bene come tutti i giovani che vivono nei Paesi produttori di petrolio. Vogliamo migliori condizioni di vita». Il leader libico si è subito preoccupato di detassare i prezzi degli alimenti e promuovere un mega piano di investimenti con una pioggia di danaro utile a consolidare il consenso verso il regime e ad allontanare lo spettro di un contagio. Sono 150, infatti i miliardi di dinari, circa 89 miliardi di euro, destinati a un piano di sviluppo che comprende la costruzione di tre aeroporti, dieci porti e migliaia di abitazioni. Il piano prevede anche la riqualificazione della rete elettrica e di produzione di elettricità in diverse regioni libiche nonché centinaia di nuovi presidi sanitari e scuole. Non rimane escluso neppure il piccolo regno del Bahrein. Qui le proteste sono state indette per il 14 febbraio. Anche in questo caso si parla di «giornata della rabbia» e della «rivoluzione per i diritti» Nessun accenno a slogan islamisti. Si parla di pane e diritti. Il re del Bahrein aveva proposto a Mubarak, una settimana fa di organizzare un vertice arabo per studiare una strategia comune contro le proteste. troppo tardi.

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