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Fini è solo un uomo di destra che chiede rispetto delle istituzioni

Il premier Berlusconi con il presidente della Camera Fini

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È davvero insanabile la frattura dentro il Popolo della Libertà? Chi da mesi soffia fuoco sul centrodestra, osserverà soddisfatto il putiferio che si è scatenato contro il «compagno Fini». Persino il Tg1, in altre occasioni molto morigerato sul gossip, ha trasmesso per intero il fuori onda.   Uno scoop, una polpetta cucinata col veleno guarda caso giunto dopo che, a Porta a porta, Fini aveva lanciato grandi segnali di distensione sul terreno che più interessa il presidente del Consiglio, quello della giustizia. E va bene: la campagna condotta nei confronti del presidente della Camera finalmente ha trovato un chiodo a cui attaccare tanta veemenza. Fuori dal coro sta Giuliano Ferrara: «Se intercettassero me in treno dopo certe uscite del mio amato Cav…». Oltre a sostenere con Ferrara che le parole rubate a una conversazione privata contano zero, resto convinto che aprire oggi una resa di conti nel centrodestra non conviene a nessuno. Non ci sono i presupposti politici. Il PdL vive ancora una difficile fase di assestamento. È un partito leaderistico ma organizzativamente debole, in cui la convivenza tra ex Fi ed ex An crea ovunque problemi. In queste condizioni, è difficile che si possa instaurare una sana dialettica interna tra maggioranza e opposizione, come accade nei partiti maturi. L'astio che circonda Fini deriva dall'idea che alcune sue prese di posizione – l'immigrazione, i diritti civili – lo pongono in contrasto con il PdL in quanto tale. Questo è il primo problema. Il secondo è legato al suo ruolo di Presidente della Camera, che a volte genera frizioni più che altro di ordine procedurale con un governo iperattivo a legiferare per decreto. Il terzo problema è legato ai residui di «partito personale» che Berlusconi ha trasferito da Forza Italia nel PdL: la confusione e la sovrapposizione tra i rapporti di tipo personale e i rapporti di tipo politico genera l'idea sbagliata che il partito che funziona è quello in cui attraverso il leader tutti sono d'accordo su ciò che è giusto, un partito a vocazione unanimistica.   I grandi partiti del passato sono sempre stati attraversati da scontri personali e correntizi virulenti, eppure hanno governato per decenni, perché avevano codificato chiare regole di funzionamento interno con precise garanzie per le minoranze anche nella rappresentanza governativa. Quarto: i critici verso Fini possono sostenere davvero che Fini remi contro il governo e il suo leader? Anche nel dialogo pescarese, il presidente della Camera non ha detto di esser contro lo scudo costituzionale per Berlusconi o il ddl sul processo breve, le vere preoccupazioni del premier. Se Fini avesse espresso contrarietà su questi temi, le ragioni di chi lo attacca avrebbero avuto forse più ragione. Invece così non è, Fini è semplicemente un uomo di destra che chiede rispetto tra le istituzioni dello Stato. Ancora. Fini non ha remato – per dire - contro le riforme Brunetta o Gelmini, non ha criticato più di altri (da Scajola alla Gelmini) gli eccessi di dirigismo di Tremonti. Fini non ha ostacolato la Finanziaria o l'approvazione dello scudo fiscale. Sì, ha preso una posizione differente sul caso Englaro, ma questo, almeno questo!, rientra nella sfera personale dei convincimenti etici. Sull'immigrazione, ha posizioni condivise dal Vaticano e comuni a tutte le destre europee. Sicuramente, non gode di ottime relazioni con la Lega. Ma nello stesso giorno dell'offensiva anti-finiana Umberto Bossi ha comunicato che Berlusconi è in mano sua e che gli immigrati voteranno quando la Padania sarà uno stato indipendente, e nel PdL neppure uno loquace come Capezzone ha sentito il bisogno di ribattere. Se si tollerano certi slanci di Bossi, non si capisce perché non si possano comprendere i dubbi di ordine politico che ogni tanto Fini esplicita, pur riconoscendo la leadeship di governo e di consensi del Cav. È per questo che, al netto di un evidente scontro tra le personalità dei due co-fondatori del PdL, non esistono i presupposti politici di fratture presenti o future. Sfasciare una scommessa politica per uno scontro tra personalità è una sconfitta collettiva. Per cui è bene che, nei prossimi giorni, si giunga a un chiarimento che non nasconda più tregue momentanee, ma un patto di lungo periodo che sancisca in primo luogo la cessazione di quel «fuoco amico», politico e soprattutto giornalistico, che ha rappresentato la vera tortura di questi mesi.  

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