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I paletti di Schifani «Nessun dogma sulla legge 40»

Il presidente del Senato, Schifani

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Parla Fini e Schifani siede in prima fila. Parla Schifani e Fini non c'è. Forse questo piccolo episodio accaduto nella seconda giornata del congresso del Pdl, sabato 28 marzo, deve aver influito nei rapporti tra Renato Schifani e Gianfranco Fini. Forse. Di sicuro il presidente del Senato è sceso in campo per difendere la legge 40, quella sulla fecondazione assistita (di recente parzialmente bocciata dalla Consulta) «picconata» l'altro ieri dall'inqulino di Montecitorio: «Una legge - ha detto Schifani ieri - quando affronta tanti passaggi parlamentari, un dibattito lungo con voti segreti, nei quali i parlamentari votano secondo coscienza e non sulla base di dogmi, è una buona legge».  Non cita Fini, ma la seconda carica dello Stato avverte: «A parlare di dogmi troverei qualche difficoltà». «È una legge - precisa Schifani - di libertà anche perchè non ci può essere alcuna ingerenza dei partiti e di altri». L'allora capogruppo di Forza Italia ha osservato: «Nella legge 40 si andò oltre la maggioranza e su quel testo confluirono i voti di Rutelli e della Margherita». Il presidente del Senato è entrato anche nel merito della diatriba, sottolineando come «la Corte costituzionale ha il dovere di vigilare sul rispetto dei principi. Ricordo che il limite sui tre embrioni ha costituito oggetto di un ampio dibattito più di tipo clinico-scientifico che dogmatico». «Molti voti segreti - sottolinea il presidente del Senato - hanno confermato un orientamento del Parlamento». Infine ha messo un altro paletto: «Personalmente non riscontro nè nella legge 40 nè nel testamento biologico una presenza di una eticità nella vita parlamentare, in particolare in tutte quelle leggi dove ci sono molteplici voti segreti. Lì sono le coscienze che decidono non i dogmi». Schifani è persona prudente e moderata. Ma ci sono principi e valori a cui non rinuncia, anche a costo di andare contro la terza carica dello Stato. A Palazzo Madama per esempio c'era chi non aveva gradito l'altro affondo di Fini, quello sul biotestamento. E nemmeno aveva fatto piacere un'altra sortita, quella del 9 febbraio scorso, quando il presidente della Camera intimò il silenzio al capogruppo del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri: azione che nel caso sarebbe di competenza del presidente di Palzzo Madama. Piccoli screzi, alcune frizioni. Che ora sono alla luce del sole.

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