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«A Kabul faccio

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È il parroco di Kabul. La piccola chiesa della Divina provvidenza, in onore della Madonna venerata nella chiesa romana di san Carlo ai Catinari, è stata costruita nel 1920 nel compound dell'ambasciata d'Italia. Padre Moretti è stato nominato per volere di papa Wojtyla superiore sub juris dell'Afghanistan Paese dove vive quasi ininterrottamente dal 1977. Come si vive l'atmosfera del Natale a Kabul? «È immaginabile. Natale non esiste ma quest'anno sono reduci da una grande festività musulmana, l'Eid al Adha, e quindi c'è una certa aria di festa. Certamente non il clamore che c'è in Occidente. Il Natale lo viviamo noi occidentali. Nelle ambasciate c'è l'albero addobbato. Nella nostra chiesa il presepio». La sua missione dura da molti anni. Come è cambiato il Paese in questo periodo? «Ho conosciuto nel 1977 un paese che viveva un periodo di pace. Allora era possibile viaggiare in lungo in largo l'Afghanistan che ha molti aspetti affascinanti. Poi è cambiato. Prima il colpo di stato poi è iniziata la guerra. Meglio, peggio. Peggio rispetto agli anni della pace. La storia cammina. Oggi si vedono afghani con il cellulare ma certo tanti anni di guerre hanno inciso. Il cammino verso la pace è lungo. Non è questione di ricostruire ma costruire. Manca tutto. La presenza dell'Occidente dovrebbe aiutare questo percorso». La piccola chiesa cattolica dell'ambasciata riesce a soddisfare la presenza di tanti cristiani presenti oggi a Kabul? «La comunità cattolica internazionale è molto cresciuta. Ogni domenica ci sono anche 150 fedeli. Nel 2002 quando sono tornato, erano al massimo 15. La chiesa si è fatta piccola. Adesso ho un desiderio e un sogno. Il desiderio è ampliare questa chiesa. Il sogno è costruirne una fuori dall'ambasciata. Ma questo è un sogno. A messa vengono in tanti ma pochi sono gli occidentali». Come si annuncia la nascita di Gesù in un Paese islamico che tende all'integralismo? «Attraverso la testimonianza e l'esempio. Bisogna rispettare le leggi e lo stato proibisce l'evangelizzazione. Noi annunciamo Gesù attraverso la testimonianza di vita e dell'opere. Ora ci sono 4 comunità di suore. Le suroe si occupano di un centro di assistenza per bambini con disagio psichico la Pro bimbi di Kabul. Ci sono suore indiane che lavorano all'ospedale e quelle di Madre Teresa di Calcutta, le uniche che girano indossando il loro saio. Un impegno che non bada alla religione di chi viene assistito. È un seme. A Herat c'è la prima comunità di gesuiti che insegna all'università. Eppoi c'è la Caritas internazionale. Un seme in una terra difficile». Gesù e Maria sono personaggi santi nel corano. In Afghanistan il minareto di Jam è decorato con la sura che parla di Maria. «Gli afghani conoscono e rispettano Gesù e Maria perchè sono nel Libro. Qui in modo particolare c'è molto rispetto per Maria». Da Kabul che messaggio si sente di dare agli italiani per questo Natale? «Vivete il Natale per quello che veramente è: la nascita di Cristo. Non lasciate fuori della casa il festeggiato. Non dico di abbandonare l'esteriorità ma ridare vita allo spirito della nascita. Gli italiani tornino a essere credenti».

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