Cerca
Logo
Cerca
Edicola digitale
+

Il racconto di quei giorni

Esplora:
default_image

Quando Andropov ordinò di bombardare le barricate

  • a
  • a
  • a

Giovani disposti a morire per la libertà. Niente di più lontano, in altre parole, da una controrivoluzione borghese, come veniva presentata dalla stampa comunista. Che anno straordinario quel 1956! A giugno erano stati gli operai e la popolazione della polacca Poznan, a manifestare al grido di: «Pane e libertà!». E in questo caso era bastato l'intervento della polizia politica, che non aveva esitato a far fuoco sui dimostranti, per domare la rivolta. Tutta quanta la Polonia era stata nel 1956 sull'orlo di una insurrezione di massa e qui occorre dare il dovuto a un grande uomo di chiesa, il cardinale-primate Stephan Wishinski, che uscito di galera aveva fatto il possibile e l'impossibile per trattenere i polacchi sull'orlo del baratro. A Mosca nel frattempo Nikita Kruscev bollava Stalin e i suoi delitti con un rapporto d'accusa al momento segreto, cioè riservato ai membri del partito, nel corso del 20° Congresso del Pcus. Un rapporto destinato a diventare pubblico nel 1961 nel corso del 22° Congresso, senza che poi lo stesso Kruscev manifestasse la volontà di trarne tutte le conseguenze, nella convinzione semmai che bastasse togliere di mezzo i delitti inutili per fare del sistema comunista il migliore dei sistemi possibili. Budapest fu la cartina di tornasole dei limiti del riformismo krusceviano. E debbo dire che non ci fu - o quasi - giornalista presente, quanto meno nel gruppo dei colleghi italiani, che non provasse indignazione, collera, orrore, di fronte alla brutalità dell'intervento sovietico, quelli di fede liberale o socialista, e persino comunista, valgano per tutte le corrispondenze all'Avanti! di allora, cui fece seguito la dura presa di posizione di Pietro Nenni che dapprima su Mondoperaio denunciò il «colonialismo sovietico» facendo seguire un discorso alla Camera che fece epoca e segnò la fine della politica di unità del Psi col Pci. O ancora le corrispondenze all'Unità di Alberto Jacoviello, che chi scrive ebbe modo di leggere prima che venissero censurate da Pietro Ingrao. Ma perché la rivolta di Budapest? In primo luogo la voglia di libertà dei giovani, ma anche lo sfascio di un regime capace di gestire il paese soltanto all'insegna dell'inefficienza, con diseguaglianze vistose fra la gente comune e una casta di privilegiati - gli alti papaveri del partito - che aveva preso il posto della vecchia aristocrazia ungherese. Il resto venne da sé. E oggi a tanti anni di distanza da quel drammatico ottobre-novembre del 1956 alcune cose sono chiare: che nemmeno Kruscev, il grande destalinizzatore, avrebbe mai accettato di lasciare l'Ungheria andarsene libera fuori dall'impero costruito da Stalin con la guerra; che se lo avesse fatto i suoi irrequieti seguaci l'avrebbero destituito; che Irmre Nagy stesso offrì ai sovietici il pretesto per il secondo e decisivo intervento annunciando la volontà dell'Ungheria di uscire dal Patto di Varsavia per arroccarsi in una politica di neutralità fra i blocchi dell'Est e dell'Ovest; che l'Occidente porta una bella parte di responsabilità nella tragedia ungherese per avere promesso agli insorti un aiuto che non aveva intenzione - né la possibilità - di dare. Il che non toglie nulla al significato (posso dire alla gloria?) di quell'ottobre-novembre ungherese del 1956, mezzo secolo da oggi, vissuto col fiato sospeso in ogni parte del mondo. Il dramma vide il suo acme allorché

Dai blog