sigfrido l’africano
Ranucci su un giornale dello Zimbabwe parla di carbon credit
Sigfrido Ranucci, il 5 luglio scorso, fu sentito come fonte autorevole sul carbon credit da un giornale dello Zimbabwe. Come si è scoperto dall'inchiesta della procura di Roma, il business dei crediti di carbonio è proprio quello su cui puntava Valter Lavitola, colui che è ritenuto dagli inquirenti il mandante dell'attentato all'ex conduttore di Report. Le date sono importanti. Il 4 luglio, il giorno prima che uscisse l'intervista, è avvenuta la perquisizione a casa di Lavitola. È allora che per la prima volta si scopre il collegamento dell'amico di Ranucci con l'esplosione sotto casa dello stesso conduttore. Nella notte tra il 4 e 5 luglio avviene anche la ormai famosa telefonata notturna tra il giornalista e il faccendiere. Ranucci e Lavitola iniziano a parlare attorno alle 3,30 di notte. Una conversazione che dura circa due ore. Discutono di quanto è appena successo. E i due paiono oggettivamente ragionare sul possibile alibi per Lavitola. Poche ore dopo, uscirà l'intervista su The Standard, quotidiano del Paese africano, di cui ha dato notizia l'altro ieri sera il Tg1 diretto da Gian Marco Chiocci in un servizio firmato da Martino Villosio. Il telegiornale della rete ammiraglia della Rai ricorda che nello Zimbabwe il faccendiere aveva scommesso proprio sul business del carbon credit, entrando in rotta con partner e soci locali. Nell'intervista a The Standard — curiosamente ieri mattina l'articolo era sparito — Ranucci viene interpellato su un caso di corruzione di cui sarebbero state vittime imprenditori anche italiani attivi nel settore del carbon credit truffati da un socio di minoranza locale. "Finora ho contattato direttamente l'ambasciata dello Zimbabwe in Italia - spiega Ranucci - L'ambasciatore, pur essendo molto cortese, ha fornito una collaborazione limitata. In contrasto, un alto funzionario dell'ambasciata si è dimostrato molto disponibile, fornendo informazioni ed esprimendo anche l'opinione che la persona che sostiene di agire per conto del Presidente sia in realtà un impostore".
Report, in effetti, si era occupato in passato proprio di questo tema, ovvero i crediti di carbonio che le aziende possono comprare per compensare una parte delle proprie emissioni. Il progetto di Lavitola sarebbe stato proprio quello di controllare a monte i progetti e le concessioni territoriali che permettevano di generare i crediti, per poi collocarli sul mercato. L'imprenditore zimbabwese Benjamin Chimutengo, il quale avrebbe conosciuto Lavitola grazie ai safari, ha parlato di un investimento di 20 milioni di dollari, riferendo di aver ricevuto dall'Italia circa 20.000 euro al mese, arrivando a circa 270.000 euro complessivi. Tra l'altro, pochi giorni fa Il Fatto Quotidiano ha dato la notizia di una cena al Cefalù Bistrot — il ristorante di pesce di Lavitola a Monteverde — che sarebbe servita a rassicurare due imprenditori riguardo a un investimento sul carbon credit, particolare riferito al quotidiano proprio dallo stesso Ranucci, presente quella sera. Si sarebbe trattato di un affare sul quale Lavitola puntava parecchio e che, nel frattempo, sarebbe stato già finanziato proprio dai due imprenditori.
Insomma, il carbon credit torna e ritorna in questa storia dai contorni ancora poco chiari. Intanto, emergono nuovi particolari sulle chat mancanti nelle conversazioni tra Ranucci e Lavitola agli atti dell'inchiesta della procura. Chat che sarebbero state cancellate, non si sa ancora se in modo volontario o automatico. Gli inquirenti al momento hanno fatto una copia forense del telefono del faccendiere. Mentre quello del giornalista, parte offesa in questa storia, non è mai stato acquisito.