pranzi in famiglia
Lavitola-Ranucci, dal passato burrascoso fino ai pranzi in famiglia: più che sindrome di Stoccolma era un’amicizia "pericolosa"
«Forse è scattata una sorta di sindrome di Stoccolma, una specie di innamoramento del "boia"».Siamo nel castello di Udine, e sul palco Sigfrido Ranucci ha portato il suo monologo teatrale, «Diario di un trapezista». E proprio come un funambolo, ma non quello idealizzato da Jean Genet, il popolare giornalista piroetta sulla fune che separa le fauci d’abisso, cercando di non cadere rovinosamente in basso.
Il teatro ha divorato il mondo, però, abbattendo ogni steccato, facendosi opera d’arte totale e imitando la vita, anzi, diventando la vita. Perché naturalmente il conduttore di Report viene raggiunto e intervistato sul caso, spinosissimo, del giorno: l’arresto di Valter Lavitola, ipotetico mandante dell’attentato bombarolo proprio contro Ranucci.
Nonostante alcuni ritrattisti nell’affrescare il curriculum storico-biografico del faccendiere dal burrascoso passato giudiziario abbiano abbondato coi particolari e coi dettagli, rimaneva sempre fuori un elemento non proprio secondario e che lo stesso Ranucci, con onestà attuale, ha ammesso: Lavitola è un suo amico. Commensale, fonte giornalistica, persino frequentatore di casa e della famiglia di Ranucci. Dovendo così spiegare una frequentazione piuttosto discutibile, anche volendo rimanere nel perimetro della "fonte giornalistica" appare curioso portarsi a casa o pranzare stabilmente con una figura con sulle spalle cotanto passato, Ranucci ricorre al paradigma decisamente surreale, siamo pur sempre a teatro, della sindrome di Stoccolma.
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La cosa però, visto che di mezzo c’è un attentato, da un lato, e dall’altro lato in gioco c’è la credibilità del sistema informativo, inizia a prendere una piega che suscita inquietudine. Ad aprire le danze, Francesco Bei su Repubblica, non proprio un giornale di destra o ostile a Ranucci, «Valter fantasticava di far diventare Sigfrido il leader del campo largo. "Quando arriverai a Palazzo Chigi io sarò il tuo Gianni Letta"». Non sembra esattamente sindrome di Stoccolma, messa così. Bei racconta dell’ossessione di Lavitola per far ascendere Ranucci ad un ruolo politico, come federatore del campo largo. Altro che Conte e Schlein. E se la cattiva destra al governo avesse chiuso Report, sarebbero stati guai per un simile progetto, ragionava Lavitola.
Anche Paolo Mieli, sulle frequenze di Radio 24, fornisce conto di questa ipotesi. Saranno ovviamente le indagini ad accertare fatti e responsabilità e cosa sia verità e cosa, invece, fantasia. Resta comunque piuttosto singolare che un giornalista come Ranucci, fiuto investigativo motore di inchieste contro sprechi, corruttele, oscurantismi, poteri forti, si sia accompagnato, tra pranzi e visite casalinghe, a chi è accusato di essere il mandante di un attentato contro di lui.
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Al netto della possibilità che Lavitola volesse renderlo un mancato martire politicamente spendibile, il conduttore di Report arriva da un appannamento evidente. Come dimenticare infatti lo svarione sul Ministro Nordio nell’affare Minetti? Il giornalista si è dovuto pubblicamente scusare, cospargendosi il capo di cenere, che è poi anche un modo piuttosto comodo per evitare conseguenze di ordine giudiziario e disciplinare visto che nel caso di specie è stato fatto tutto quel che un giornalista non dovrebbe fare. Male che vada, comunque, resta pur sempre il teatro; dai comizi d’amore pasoliniani agli "attentati d’amore".