Leggi il settimanale
Cerca
Edicola digitale
+

Garlasco, bomba sull'orario. De Rensis: "Alberto non può aver ucciso Chiara"

Esplora:
Foto: Ansa

Luca De Lellis
  • a
  • a
  • a

Se la finestra temporale del delitto si sposta, cambia tutto. È questo il punto su cui oggi ruota la nuova indagine della Procura di Pavia sul caso Garlasco: non un dettaglio tecnico, ma la pietra angolare su cui è stata costruita la condanna definitiva di Alberto Stasi. La consulenza dell’anatomopatologa Cristina Cattaneo, incaricata dai pm di riesaminare tempi e dinamica dell’omicidio, è stata depositata da settimane ed è coperta da segreto. Ma come riporta il sito di Nicola Porro, secondo indiscrezioni ancora non confermate, indicherebbe una morte collocabile tra le 10 e le 11.30 del 13 agosto 2007. Un orario sensibilmente più tardo rispetto a quello fissato dalla sentenza, che aveva individuato l’aggressione tra le 9.12 e le 9.35.

 

Ventitré minuti. È in questo intervallo che si è concentrata la responsabilità penale di Stasi: un segmento temporale ristretto, privo di alibi, ritenuto compatibile con l’omicidio, la pulizia e il rientro a casa. E proprio su questo snodo insiste l’avvocato Antonio De Rensis, intervistato da Ludovica Bullan nel podcast Controverso: «Quei 23 minuti sono il tallone d’Achille della sentenza di condanna», afferma. «Non c’è alcuna prova né scientifica né dichiarativa che l’aggressione sia iniziata alle 9.12, mentre le 9.35 è provato che Alberto Stasi fosse a casa sua al computer. Lei capisce che è una supposizione». Una presa di posizione netta, che punta a scardinare il presupposto logico della ricostruzione giudiziaria, e cioè l’equivalenza tra disattivazione dell’allarme e inizio dell’aggressione. Un automatismo che, secondo la difesa, non ha mai trovato un reale riscontro probatorio.

 

Del resto, il tema dell’orario della morte non è nuovo nel caso Garlasco. Già nel 2007 il medico legale indicava una finestra più ampia, collocata nella tarda mattinata, con una centratura intorno alle 11. Un’ipotesi rimasta sullo sfondo rispetto alla ricostruzione accolta in sentenza. Oggi quella stessa ipotesi torna centrale. E con essa, la fragilità di una dinamica che - secondo la difesa - non reggerebbe a una rilettura complessiva: «La dinamica ricostruita e l’orario attribuito che ha portato alla condanna di Alberto Stasi credo che sia piuttosto debole come argomentazione», sostiene ancora De Rensis, che collabora alla difesa del condannato con la collega Giada Bocellari.

 

Ma il tutto non si riduce solo a una questione di lancette. Spostare l’orario significa ridisegnare l’intera scena del crimine: la permanenza della vittima dopo l’aggressione, la formazione della gora ematica, la sequenza dei movimenti all’interno della villetta di via Pascoli. Circostanze che, a partire dalla nuova consulenza, potrebbero avere un impatto sistemico sull’impianto accusatorio. E soprattutto significa ridefinire la presenza, o l’assenza, dell’imputato sulla scena. L’avvocato De Rensis si concentra anche sulla sfera emotiva, assumendo le rilevazioni dei periti Porto Occhetti: «Secondo l’accusa quando Alberto rientra dopo aver compiuto il massacro ricomincia a lavorare alla tesi. La mattina dopo le 9.35, passati alcuni minuti in cui ha navigato sul computer, inizia a lavorare la tesi con profitto, facendo lo stesso numero di salvataggi, le stesse battiture». E ancora: «Mentre la sera prima, non si capisce in quale fase di un ipotetico litigio mai provato, lui avrebbe continuato a lavorare alla tesi».

Resta però un punto fermo: se davvero quei 23 minuti non servissero più a spiegare l’omicidio di Chiara Poggi, allora sarebbe l’intera verità giudiziaria a dover essere rimessa in discussione.

Dai blog