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Albanese, Firenze la “risarcisce” e la invita al Festival europeo del giornalismo

Foto: Lapresse

Aldo Rosati
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Un po' come un lupo in un recinto di pecore. Non esattamente il testimonial perfetto per il tema trattato: la libertà di informazione. Eppure Francesca Albanese sarà l'ospite per eccellenza di «Voice», il festival europeo del giornalismo. La tre giorni si svolgerà a Firenze dal 10 al 12 marzo, nel tempio laico della città, il teatro del Maggio. Per la «sacerdotessa» una sorta di risarcimento per il danno subito nella culla del Rinascimento: la sindaca Sara Funaro, qualche mese fa, si era permessa di non concederle la cittadinanza onoraria. Un passo indietro che scatenò polemiche a non finire con Pd, Avs e M5S, che pretendevano un segno tangibile per l'eroina delle Flotille. A restituirle il bacio accademico ci ha pensato il prestigioso Istituto Universitario Europeo, assiso sulle dolci colline di Fiesole, creatura prediletta di Romano Prodi e della colta gauche caviar fiorentina.

 

 

È l'IUE a organizzare la terza edizione del festival sulla riva dell'Arno, con altri «preziosi» testimonial come Tomaso Montanari, Pietro Gomez e il fedelissimo di Elly Schlein, Sandro Ruotolo. La celebrazione di Francesca Albanese è prevista mercoledì alle 18, sotto forma di intervista. A coordinare l'incontro Francesca Gnetti, editor per il Medio Oriente dell'Internazionale. A che titolo la relatrice speciale delle Nazioni Unite sia ambita sul tema del pluralismo resta un mistero. Un «miracolo» che la pone ancora una volta al centro: la «sacerdotessa» che non ha mai preso le distanze da Hamas. In queste settimane poi ha allargato ulteriormente il mirino: le «sparate» a Stati Uniti e Israele si sono spostate sul campo iraniano. Mai una parola per i giovani sotto il pugno dei Pasdaran. Le libertà occidentali? Sciocchezze che non interessano la studiosa di Gaza. Non mancano le incursioni nella politica italiana. Dopo l'approvazione a Palazzo Madama della legge sull'antisemitismo, il solito commento «moderato»: «Il testo contrasta solo le critiche alle politiche israeliane». Per la giurista di Ariano Irpino c'è solo una finalità: «Assicurarsi che gli Italiani tacciano mentre Israele completa la pulizia etnica della Palestina». Poi il giudizio spassionato: «Onestamente, una vergogna».

 

 

A Firenze la nuova passerella rischia di surriscaldare il clima. Dal Giorno della Memoria, ciclicamente, ricompare un manifesto dall'inconfondibile tono trucido: Marco Carrai, imprenditore e presidente della Fondazione Mejer, con la scritta «Wanted. Criminale di guerra» e la specificazione «Agente sionista, complice del genocidio». Carrai ha una pesantissima responsabilità agli occhi del nuovo Pci (la sigla che firma le locandine): è console onorario di Israele. Avs e M5S per settimane hanno organizzato sit in e petizioni per chiedere le sue dimissioni dalla Fondazione Mejer. Tanto che l'eterno Eugenio Giani, il governatore della Toscana, un tempo riformista, dovette rincuorarli: «Scade tra poco». La passione propal ha contagiato anche le istituzioni: spinto dalle guardie rosse del Nazareno, in prima linea c'è proprio il placido Giani, che nella seconda vita ha aggiunto la kefiah al suo completo di ordinanza. Così la Regione Toscana, tra vessilli e commozione, in una seduta solenne ha riconosciuto lo Stato di Palestina. Non tutti apprezzano la comparsata della relatrice Onu. Ad esempio Italia-Israele che organizza il 12 marzo una conferenza nel palazzo del Consiglio regionale: «Contro la menzogna, la responsabilità della parola». Un parterre qualificato: il presidente del network 7 ottobre Stefano Parisi, l'attivista Paola Concia e l'editorialista Fiamma Nirenstein. Insomma, quando il lupo entra in cucina, il pluralismo finisce nel piatto.

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