Robert Duvall è morto a 95 anni. Addio all'icona de “Il Padrino” e “Apocalypse Now”
Robert Duvall, indimenticabile volto del cinema americano capace di attraversare oltre mezzo secolo di Hollywood senza mai piegarsi al divismo, è morto all'età di 95 anni. Lo ha annunciato la moglie Luciana, confermando che l'attore si è spento ieri nella loro casa. "Abbiamo detto addio al mio amato marito, amico prezioso e uno dei più grandi attori del nostro tempo. Bob se n'è andato serenamente a casa", ha scritto. Per il pubblico era una leggenda premiata con l'Oscar, regista e narratore; per lei, "semplicemente tutto".
Attore schivo, diretto e prolifico, allergico ai riflettori ma magnetico sullo schermo, Duvall vinse l'Oscar come miglior attore nel 1983 per "Tender Mercies - Un tenero ringraziamento", dove interpretava un cantante country al tramonto. Fu candidato altre sei volte nel corso di una carriera durata sei decenni, nella quale brillò tanto da protagonista quanto da comprimario, fino a passare anche dietro la macchina da presa. Tra i ruoli più memorabili restano il leale e misurato consigliere mafioso Tom Hagen nei primi due capitoli de "Il Padrino" e soprattutto il tenente colonnello William Kilgore in "Apocalypse Now", ossessionato dal surf in mezzo all'inferno della guerra del Vietnam. È suo uno dei versi più celebri della storia del cinema "Adoro l'odore del napalm al mattino" pronunciato a torso nudo, con cappello da cowboy, mentre gli aerei bombardano la costa dove sogna di cavalcare le onde. Il personaggio, inizialmente pensato ancora più estremo, fu ridimensionato proprio su richiesta di Duvall, a testimonianza del suo approccio meticoloso alla recitazione.
Arrivato tardi al successo aveva già 31 anni quando si fece notare nel 1962 nel ruolo del misterioso Boo Radley in "Il buio oltre la siepe" Duvall costruì una galleria di personaggi indimenticabili: dal dirigente spietato di "Quinto potere" all'ufficiale dei Marines autoritario di "Il grande Santini". Curiosamente, il ruolo che lui stesso amava di più non fu cinematografico ma televisivo: il ranger texano Augustus McCrae nella miniserie "Lonesome Dove" del 1989, figura ironica e disincantata tratta dal romanzo di Larry McMurtry. Per la critica era un gigante silenzioso: "L'attore tecnicamente più competente, più versatile e più convincente sullo schermo negli Stati Uniti", lo definì la studiosa Elaine Mancini. Un giudizio che riassume una carriera costruita senza clamori, ma destinata a restare tra le più solide e influenti della storia del cinema.
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