Feltri: il New York Times scopre le due facce di Milano e non vede quelle di Manhattan. Che è molto peggio
La lezioncina americana è arrivata di buon mattino, insieme al caffè ristretto e a quel refolo di trumpismo che accompagna ogni inizio di giornata da che il tycoon tiene in scacco l’occidente. Il New York Times, autorevole quotidiano americano da cui la sinistra si abbevera allegramente, ha scoperto che Milano ha due facce: quella patinata delle Olimpiadi, campi di ghiaccio, impianti stellati, biglietti da mille e una notte per una poltroncina in decima fila alla partita di hockey, e quella dei giacigli consunti dei senzatetto che si contendono gli androni di periferia e si allungano sui marmi lustri della Galleria Vittorio Emanuele pregando Dio di concedergli un altro goccio di vino. I reporter d’assalto del giornalone statunitense hanno scandagliato gli affitti blasonati del centro, intervistato un afgano pagato pochi spicci per spaccarsi la schiena in un magazzino logistico, fotografato un gruppo di volontari in giacca rossa e basco blu (i City Angels) che vanno nelle strade a portare coperte e carezze. Infine hanno vergato il ferale verdetto: Milano spaccata in due. Bipolare. Contraddittoria. Per certi versi falsa. Poveri da una parte e ricchi dall’altra, ma è mai possibile? Il tutto ovviamente condito dal commento di un assessore meneghino di sinistra che incolpa il governo e le sue politiche balzane se l’amministrazione non riesce a intercettare completamente le fragilità della strada e attivare un sistema di accoglienza adeguato... Numeri a favore della tesi americana: sei morti di freddo sotto l’occhio compassionevole della Madonnina nelle ultime settimane, anzi sette. E duemila clochard rilevati dalle recenti statistiche. Non mi stupisce. Soltanto sotto la nostra redazione stazionano una ventina di poveretti che si contendono il porticato di un palazzone zeppo di uffici, impilando vestiti e valigie come commilitoni di una caserma sgangherata. Parliamo di Milano ma potrebbe essere tranquillamente Roma, con le sue tendopoli misere e sgualcite piazzate nei pressi della stazione Termini per ricordare ai viandanti che a Roma c’è chi dorme per strada e il Colosseo non basta a sfamare tutti quanti.
Mi domando però: sono tanto diverse le nostre città metropolitane dall’America allucinata, confusa, contraddittoria di Trump dove i derelitti aumentano a dismisura e non esiste un sistema sanitario pubblico che copra le spese mediche degli abbienti, figurarsi di quelli che non hanno nulla e non pagano le tasse? Non viaggio da tempo ormai. Ma ricordo perfettamente una trasferta newyorkese che mi sconvolse la vita. Tre giorni nella grande Mela che tutti accoglieva. Volo interminabile per arrivare a destinazione, controlli serrati per uscire da un aeroporto che sembrava una Babele. Una poliziotta ruspante passa in rassegna ogni centimetro del mio corpo magro con un aggeggio che somiglia a un metal detector e, dopo un interrogatorio di un’ora sulle mie reali intenzioni di viaggio, mi congeda infastidita dandomi una pacca poderosa sulla spalla. La città era enorme. A tratti soffocante. Nonostante l’ora tarda (le tre del mattino), c’era un via vai di anime inquiete che si muovevano alla spicciolata sui marciapiedi come fossero le otto del mattino. Al tavolo del ristorante, in un inglese sgangherato, ordino un hamburger alto venti centimetri. Non riesco a inghiottire un solo boccone del lauto pasto per limiti evidenti delle mie povere fauci e me ne torno con le pive nel sacco all’hotel periferico in cui soggiornavo, colazione scadente e aria condizionata a palla, dandomi del coglione. Mi sentivo un marziano. Un’infinità di taxi avanzavano come soldati su vie larghe come autostrade e fumi densi uscivano dai tombini recando foschi presagi. A un certo punto si avvicina un energumeno di colore, con un cappotto sgualcito addosso. E con voce roca e profonda, fissandomi nelle pupille degli occhi, sussurra «I am an homeless». Impietosito e un po’ spaventato, gli do qualche spiccio, forse erano vecchie lire, e lo lascio a contemplare il bottino. Il primo biglietto da visita che mi regalava New York. Di clochard analoghi ne incontrai a bizzeffe nei due giorni successivi. Si mescolavano tra la folla dei marciapiedi o sulle banchine della metropolitana. Nessuno ci faceva caso perché erano tutti troppo impegnati a comprare sandwich unticci e rivoltanti e quella povertà accecante faceva ormai parte dell’arredo.
Cosa c’era di diverso rispetto ad oggi? Niente, è tutto come allora. Ma l’America è furbetta, si siede in cattedra e addita la folla. Non sente il fetore di casa sua, non vede gli angoli bui, le disuguaglianze lampanti. Preferisce attraversare l’Atlantico e venire in casa nostra a sputare sentenza. Il ditino che corre sullo strato di polvere del comò e grida allarme rosso a caratteri cubitali. Vi do allora qualche numero interessante da oltreoceano: 6 senzatetto morti nella sola New York con la recente ondata di gelo, 18 dall’inizio dell’anno, l’ultimo l’hanno trovato in una strada del Queen l’altra mattina, stecchito a terra come una lastra di ghiaccio. Colpa del freddo, certo, ma è indubbio che costoro non avessero un riparo. Un rapporto del Dipartimento per l’Edilizia abitativa e lo Sviluppo urbano ha certificato che nel 2024 la quota di senzatetto nella Grande Mela è salita del 53% e che in media vi sono 81 homeless ogni 10mila abitanti, pari a 140mila individui. Un anno prima erano quasi la metà, 88mila. Le cause sono le stesse di sempre: crisi abitativa e boom di migranti. Ma suona strano, stridente, a tratti immorale per la città che ospita 120 miliardari e 350mila milionari residenti. Pensate che a Manhattan uno stipendio annuo inferiore a 50mila dollari è considerato sotto la soglia di povertà, non dico che ti schifano ma quasi. Per non parlare della sanità: una prescrizione medica costa 100 dollari. Un ricovero giornaliero 2000. Una visita al pronto soccorso 1500. Per una frattura tocchi gli undicimila e poi vai all’altro mondo per consunzione (del portafoglio). L’altro lato della medaglia, insomma, il più scomodo e reietto, basta scavare un po’. Esattamente come la Milano Olimpica o la capitale confusa e sontuosa di Gualtieri. Certo, adesso, è sindaco di New York Mamdani l’islamico, che ha giurato su due corani, che è nato in Uganda da una regista candidata agli Oscar e da un professore esperto di studi post coloniali. Il democratico perfetto, anzi il progressista, l’uomo che abbatterà le disuguaglianze economiche e che nel suo discorso elettorale ha promesso che la Mela non sarà governata dall’1% della popolazione e non sarà più la storia di due città, i ricchi contro i poveri. Mamdani tasserà i ricchi e imporrà il blocco degli affitti. Se farà in tempo, fermerà la fame nel mondo e forse il buco nell’ozono. Voi gli credete? Io per niente. Il Sala meneghino doveva salvare Milano e renderla la città modello in Europa, che svetta e detta il cambiamento. Ebbene: in quasi nove anni di mandato l’ha paralizzata e poi affossata e adesso si becca pure lo sberleffo degli yankee.
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