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Benedetto (Fondazione Einaudi): "L'inno dei giudici è la canzone di Caselli: nessuno mi può giudicare, nemmeno tu"

Foto:  La Presse

Redazione
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«Nel mio libro “Non diamoci del tu”, ho sempre detto che peri magistrati italiani l’inno nazionale non è quello di Mameli, ma la canzone di Caterina Caselli, “Nessuno mi può giudicare”. I giudici in Italia si ritengono al di sopra della legge». A dirlo Giuseppe Benedetto, presidente della Fondazione Einaudi, che ha dato vita al Comitato “Sì separa”.

Il Tempo segnala l’ennesimo abuso di potere da parte dei togati: viene fermato con la nipote al volante e vuole soprassedere ai controlli solo perché è magistrato. Che idea si è fatto rispetto a queste continue anomalie?

«Sono la controprova della necessità di una riforma che, tra l’altro, prevede l’Alta Corte Disciplinare. La dimostrazione di come quanto voluto da Nordio non riguarda poche unità, come dice qualcuno, ma un’intera categoria. I magistrati si possono valutare e giudicare fra di loro. Una serie di privilegi sono sotto gli occhi di tutti. E se, come sottolinea il Tempo, adesso, riguardano pure i parenti, non si può più non tenerne conto».

La sorprende che, in tanti, pure a sinistra, chiedono di aderire alla rete da lei promossa?

«Stiamo organizzando un evento rivolto proprio a quella sinistra libertaria, che ha sempre creduto nella riforma.
Per fortuna c’è e, a nostro parere, non vale meno di quella che intende far passare una grande bugia, a discapito degli italiani».

Si riferisce alla Serracchiani di turno che prima auspicava la separazione delle carriere e ora la descrive come il male assoluto...

«Basta vedere i video sulle nostre pagine social per capire che di Serracchiani ce ne sono diverse. Cambiare idea, a seconda delle convenienze politiche, sembra essere diventata una moda. Gli ultimi eroi, in tal senso, sono Travaglio e Gratteri. Peccato che le loro dichiarazioni a favore del sorteggio dei membri del Csm siano su tutti i siti».

Qualcuno chiede il voto a marzo. È effettivamente un vantaggio per il "sì"?

«Più tempo passa e più gli italiani comprendono i quesiti. Se si vota dopo marzo, quindi, prendiamo più voti. Il vero problema qui, invece, è il grande “inganno” da parte di chi sponsorizza il “no”. Gli ultimi manifesti a led ne sono la prova. Si chiede, infatti: “vorresti che i giudici dipendano dalla politica?”. Peccato che tale interrogativo non è scritto da nessuna parte. È, dunque, un falso clamoroso».

Cosa ne pensa, invece, delle polemiche generate in seguito all’ultima intervista del ministro Nordio?

«Nordio ha detto semplicemente di essere disponibile al confronto. Non ha imposto un luogo o un giornalista. Ha dichiarato soltanto di essere pronto a spiegare le ragioni di un cambiamento. Non vedo, pertanto, nulla da criticare.
L’Anm fa politica. Non ci sono dubbi. Le correnti ormai hanno sostituito i partiti».

Stavolta è possibile davvero metterle in soffitta?

«È la nostra sfida. Questa campagna è soprattutto a favore di quei magistrati che vogliono mettere il merito dinanzi a tutto e non intendono, al contrario, sottomettersi a quel "Sistema" che, come ricordato anche dal direttore Capezzone, citando Palamara, non ha nulla a che vedere con la professione del magistrato».

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