Dopo Segre tocca a Mieli "colonialista e complice morale". Albanese e quelle liste di proscrizione dei giornalisti
Attacchi personali, accuse di complicità, invocazioni di «punizioni». Francesca Albanese sembra aver trasformato il proprio mandato istituzionale in una campagna di aggressione, rivolta soprattutto contro quei giornalisti che osano dissentire dalle sue posizioni. L’ultimo bersaglio della crociata personale della Relatrice speciale Onu sui territori palestinesi è Paolo Mieli, finito nel mirino su X con un post al vetriolo, dopo aver espresso un’opinione sul leader palestinese Marwan Barghouti. Il giornalista aveva semplicemente ipotizzato che Israele potesse liberare Barghouti in un momento strategico, quando quest’ultimo potesse assumere un ruolo di guida in un futuro Stato palestinese. Un parallelo con la vicenda di Nelson Mandela. Una riflessione che, a ben vedere, suona persino favorevole alla causa palestinese. Ma non per Albanese. La Relatrice ha rilanciato un post di uno scrittore malese che definiva Mieli «colonialista» e «complice morale». Pubblicare la foto di un giornalista associandola a simili accuse equivale, di fatto, a una gogna mediatica, esponendolo al disprezzo dei follower. Una pratica intimidatoria che stona profondamente con il ruolo di chi rappresenta le Nazioni Unite.
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Il caso Mieli, tuttavia, non è isolato. Albanese sembra impegnata nella costruzione di una vera e propria lista di proscrizione di giornalisti, colpevoli soltanto di non aderire al suo pensiero unico. Una volontà, in sostanza, di zittirli. Tra i nomi già finiti nel suo mirino figura anche quello di Incoronata Boccia, direttrice dell’Ufficio stampa Rai, accusata per aver parlato di «suicidio del giornalismo» e di «uso ideologico della parola genocidio», denunciando la scarsa verifica delle fonti in alcune notizie provenienti da Gaza. La replica di Albanese è stata agghiacciante: «La propaganda progenocidio va indagata e punita». Punita da chi? E su quali basi? È inquietante che una Relatrice Onu invochi «punizioni» contro giornalisti: un atteggiamento che dovrebbe far tremare i polsi a chiunque abbia a cuore la libertà di stampa.
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Anche Enrico Mentana è stato oggetto di attacchi da parte della pro-Pal. Secondo Albanese, sono state censurate, insieme ad altre televisioni italiane, alcune immagini provenienti da Gaza per presunte pressioni esterne. Il direttore del Tg La7 ha smentito con decisione, invitando la Relatrice a non reiterare tali affermazioni. Emblematico, poi, l’episodio della fuga dallo studio di «In Onda», dove Albanese ha abbandonato il dibattito nel momento in cui veniva citata Liliana Segre. La giustificazione? «Non posso discutere con chi non ha competenze». Un gesto di arroganza intellettuale che lascia interdetti. Il pensiero dell’Albanese è d’altronde esplicitato in un suo post: «In questi anni mi sono spesso chiesta come l’Italia sia diventata, all’improvviso, la stampa mainstream più sionista d’Europa occidentale». Un’affermazione che rivela una visione manichea, in cui chi non condivide la sua narrativa viene automaticamente bollato come «sionista».
Nel frattempo, l’eurodeputato di Fratelli d’Italia, Daniele Polato, ha presentato un’interrogazione alla Commissione Europea, chiedendo se sia opportuno continuare a finanziare l’Alto Commissariato Onu quando un suo rappresentante si comporta in questo modo.
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«La libertà di espressione è sacrosanta - osserva Polato - ma chi ricopre certi incarichi deve mantenere atteggiamenti imparziali e inclusivi, come previsto dal mandato dell’Ohchr». Ed è proprio opportuno rimarcare che chi detiene un ruolo istituzionale - e in questo caso anche internazionale - non può agire come un commissario politico intento a stilare liste di «nemici del popolo». Una cosa è certa: la stampa italiana ha il diritto - e il dovere - di svolgere il proprio lavoro senza subire intimidazioni da parte di chi dovrebbe tutelare i diritti umani, non calpestarli.
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