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Guerra, il generale Figliuolo alza la voce: “L'Italia faccia di più per essere pronta”

Edoardo Sirignano
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«L’attenzione è massima. Abbiamo sempre il dovere di mitigare eventuali rischi. L’Italia farà la sua parte, ma nessuno degli Stati europei, come sosteneva Einaudi, è in grado di supportare il costo di una Difesa autonoma». A dirlo Francesco Paolo Figliuolo, Comandante Operativo di Vertice Interforze.

Alla luce di quanto sta accadendo in Medio Oriente, il nostro Paese come deve muoversi?
«Nelle situazioni complesse, bisogna essere sempre vigili. Abbiamo una pianificazione di contingenza pronta per quanto concerne i nostri uomini e donne all’Estero, così come abbiamo avviato tutte le procedure per quanto riguarda la protezione delle nostre forze. In base alle direttive impartiteci dal ministro Crosetto e dall’ammiraglio Cavo Dragone, il Covi ha attuato quanto previsto».

L’Italia è pronta?
«Come ha ribadito il Ministro Crosetto, l’Italia deve certamente fare di più per essere pronta. Lo strumento militare viene impiegato sulla base delle delibere del governo e su autorizzazione del Parlamento. Detto ciò, abbiamo il dovere di farci trovare preparati di fronte a ogni eventualità. La situazione internazionale fa sì che ci debba essere tanta cautela e che si pianifichi sempre al meglio».

 

 

Molto importante in quest’ottica è la collaborazione con gli altri Paesi dell’Unione Europea...
«Sono diversi decenni che si riflette su una Difesa comune. Nell’evoluzione del processo europeo si è partiti con un approccio funzionalistico. In modo pragmatico l’integrazione economica avrebbe dovuto portare anche a quella politica. Proprio De Gasperi, nel 1952, fece inserire la clausola che ancorava l'integrazione militare all'unione politica. Ma il processo di ratifica ebbe esito negativo in Francia e nel 1954 il progetto venne accantonato. C’è ancora tanto da fare per quanto concerne il coordinamento delle azioni. Stesso discorso vale per quanto riguarda gli interessi nazionali percepiti e dichiarati comuni. Questi dovrebbero essere gli stessi, se facciamo parte del Nord o del Sud Europa. In tal senso, occorre uno sforzo maggiore».

Quale potrebbe essere un segnale?
«Un commissario alla Difesa Ue potrebbe essere certamente un segnale importante in tal senso».

Serve, nel frattempo, un tesoretto comune, considerando le contingenze?
«Non basta avere delle risorse economiche per avere delle capacità militari. Ci sono delle procedure che devono essere realizzate insieme. Medesimo ragionamento vale per la formazione del personale, per cui occorrono tempistiche ben precise. Certe cose non possono essere improvvisate. È fondamentale una sinergia industriale. Dall’inizio del conflitto in Ucraina, i Paesi membri dell’Ue hanno aumentato in maniera considerevole le loro spese militari. Dai 240 miliardi di euro complessivi del 2022, si è passati a 280 nel 2023. Si è registrato un incremento significativo per quanto concerne gli investimenti militari (+20%). Esistono, però, ancora aspetti su cui si può migliorare».

 

 

A cosa si riferisce?
«Ogni Stato spende per sé e si coordina poco con gli altri. Si continua, inoltre, troppo ad acquistare fuori dall’Europa. Stiamo provando a invertire il trend, ma c’è tanto da fare. Una novità positiva, ad esempio, sono i 500 milioni di euro per accrescere la produzione industriale di missili e munizioni di artiglieria».

L’Italia che ruolo può giocare in questa partita, considerando lo storico ruolo da mediatore?
«Un caso che deve farci riflettere è l’operazione Aspides. Approvata con velocità inconsueta dall’Unione Europea (si può fare meglio), la missione per difendere la libertà di navigazione in risposta agli attacchi Houthi contro le navi nel Mar Rosso sta funzionando bene e che anzi potrebbe fungere da modello anche per quanto riguarda il tema della Difesa europea rispetto alle nuove minacce. Possiamo parlare di un vero laboratorio, dove l’Italia è protagonista, avendone il comando tattico imbarcato».

 

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