L'EDITORIALE DI CAPEZZONE
Sigfrido, perché non parli? Ti aspettiamo qui su Il Tempo, se vuoi (mica siamo a Report...)
Egregio Sigfrido Ranucci, molte volte (in genere, a vanvera e maliziosamente) ti sei occupato de Il Tempo senza consentire contraddittori o repliche. Siccome qui siamo liberali e non comunisti, ci regoliamo in modo del tutto diverso, e quindi ti invitiamo formalmente a intervenire nella forma che vorrai (una lettera o un’intervista) per aiutarci a chiarire quello che ormai è diventato il nodo di tutta la storia tra te e Valterino Lavitola.
In estrema sintesi: sapevi o non sapevi dell’attentato dimostrativo di cui il faccendiere è accusato di essere il mandante?
A favore del no, militano tre argomenti: il fatto che il gip abbia escluso questa possibilità, il nostro naturale garantismo, e anche un elemento logico, e cioè il rischio che un tuo familiare potesse trovarsi vicino all’auto nel momento sbagliato (a onor del vero, quest’ultimo punto potrebbe essere rovesciato: in astratto, Lavitola potrebbe averti informato proprio per evitare quella tragica evenienza). Ma, al netto di quest’ultima variante, questi elementi ci indurrebbero a ritenere che tu effettivamente «potessi non sapere».
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Tuttavia, in termini altrettanto razionali, ci sono altri quattro elementi che potrebbero portare qualcuno a valutazioni diverse, più orientate al «nì».
In primo luogo, l’allucinante telefonata (rivelata da Il Tempo due giorni fa) in cui tu ti affannavi a cercare alibi per Valterino avendo appreso della contestazione a suo carico relativa a una sua presenza vicino casa tua in coincidenza con il sopralluogo pre-attentato. Roba da insultarlo e rompere i rapporti per sempre. E invece tu ti sei prodigato a cercare giustificazioni plausibili. Dunque sapevi? O almeno intuivi? O (tesi del gip) non sapevi ma eri manipolato? O ancora, conoscendo le idee e i progetti politici su dite del tuo amico, a quel punto non ti sentivi di escludere che avesse fatto una follia del genere e volevi cavarlo dai guai?
In secondo luogo, destano sospetto i messaggi che Lavitola ha diffuso da quando è stato messo sotto indagine, e in particolare le frasi riferite alla rivista «Mow Mag» al momento del suo arresto. Cito testualmente: «Se l’ha fatto Gomes, vuol dire che l’ho fatta fare io; e se l’ho fatta fare io, vuol dire che l’ho fatto d’accordo con Sigfrido, perché non vado certo a fare un favore a Sigfrido senza dirglielo».
In terzo luogo, le frasi dette dall’avvocato di Lavitola dopo l’interrogatorio del suo assistito. Alla domanda se tu sapessi, si è limitato a un laconico «no comment», a onor del vero poi ridimensionato (in senso a te favorevole) in una dichiarazione al quotidiano «Libero» di ieri.
In quarto luogo, giocherebbe contro di te, se trovasse riscontro, una dichiarazione che, secondo un lancio dell’agenzia «Agi» e l’edizione online del quotidiano «Il Giornale», Lavitola avrebbe reso nel corso dell’interrogatorio dell’altro giorno, lasciando a verbale un ambiguo «Sigfrido potrebbe aver sospettato che fossi stato io» rispetto all’ipotesi che tu avessi almeno intuito i suoi piani. Va detto che la procura di Roma non ha confermato quel virgolettato. Capisci bene, caro Sigfrido, che se la metà di questi dubbi fossero stati sollevati su un soggetto che non ti piace, Report avrebbe organizzato cinquanta servizi sguinzagliando i vostri inviati, con contorno di consulenti, «esperti» e compagnia cantante.
Qui, dove ci ispiriamo al liberalismo e al garantismo, ti invitiamo invece a dire liberamente la tua. Possibilmente senza evocare Falcone e Borsellino, e, se riesci, nemmeno Gandhi e Martin Luther King. I quali, per inciso, non si facevano preparare lo spaghettino alle vongole da faccendieri disinvolti. Saluti.