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La sinistra sogna una destra "illegale. Serve una "area della libertà"

Daniele Capezzone

Il «fascismo eterno» come modo di bollare la destra e escluderla pure dalla corsa al Colle Bene Meloni a smontare il gioco. Ora il centrodestra rappresenti tutte le culture anti sinistra

Daniele Capezzone
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Da quando lunedì scorso Giorgia Meloni, ospite di Nicola Porro (lui censura noi e Il Tempo, ma noi, che siamo liberali sia nella predica che nella pratica, non siamo così infantili da censurare lui), ha evocato la possibilità che nel 2029 il centrodestra esprima una candidatura alla Presidenza della Repubblica, a sinistra sono letteralmente impazziti. Ieri su Repubblica, con sprezzo del ridicolo, un uomo altre volte spiritoso come Pierluigi Bersani è arrivato a sostenere che un candidato Presidente debba avere un «rapporto intimo» con la Costituzione. Non è uno scherzo, l’ha detto davvero.


Ma, gaffes e fissazioni a parte, è come se il Quirinale fosse «cosa loro», come se l’idea di un Presidente non espresso dal  vivaio Pd fosse una profanazione, come se l’altra mezza Italia (quella non comunista o cattocomunista) fosse dotata di una cittadinanza soltanto di serie B. Davanti a queste reazioni isteriche, occorre mantenere un profilo razionale, calmo e addirittura sorridente rispetto alle ossessioni e alle furbate della sinistra. Le ossessioni e le furbate, appunto. Appartengono alla prima categoria le costruzioni retoriche e le mistificazioni assortite con cui i nostri progressisti vedono fascismo e fascisti dappertutto, tentando di infilare a forza ai loro avversari fez, stivaloni e camicia nera.


Mentre va ricondotta alla seconda categoria un’operazione rozza e insidiosa al tempo stesso: fare del presunto «fascismo» altrui uno stigma che renda gli avversari perennemente impresentabili, e che contemporaneamente offra alla sinistra un «ubi consistam», uno scopo, direbbero i britannici un «sense of purpose» altrimenti perduto, un’identità altrimenti smarrita. Ecco perché il mitico «rischio -fascismo» non può svanire: se lo facesse – oplà – in un colpo solo la destra risulterebbe legittimata e la sinistra costretta a fare i conti con le proprie divisioni, con le proprie ricette fallimentari, con il disincanto dei propri sostenitori. Senza poter calare il jolly risolutivo della coppia fascismo/antifascismo.


E qui sta il merito della sortita della Meloni sul Colle e la scadenza del 2029: aver compiuto un’operazione coraggiosa perché – calcisticamente parlando – ha scelto di rifiutare la tattica catenacciara troppo spesso praticata a destra: andando all’attacco, non limitandosi a giocare in difesa. Basta con questa idea per cui a destra ci si debba vergognare (e di cosa?). Basta con l’accettazione di uno schema dialettico per cui, per prima cosa, gli avversari della sinistra si sentono in dovere di giustificarsi, di recitare atti di contrizione, di sottoporsi alle commissioni storiche, alle giurie etiche, perfino al «Var morale» dei progressisti.


Anche perché, quand’anche uno accettasse l’insensatezza di vivere così, tra atti di fede imposti e ritrattazioni postume sollecitate, alla sinistra non basterebbe comunque mai, e l’asticella dell’abiura necessaria salirebbe ancora. Non hanno il coraggio di confessarlo apertis verbis: ma per costoro, a sinistra, la destra è o dovrebbe essere semplicemente «illegale». Questo scatto di orgoglio morale e di lucidità intellettuale consente a Meloni (almeno questo è il mio auspicio, che spero non tradisca le intenzioni della leader di Fdi) uno sbocco politico ulteriore: la prosecuzione della storia della destra, la sua proiezione nel futuro, il suo auspicabile allargamento ad altre culture, tutte cose che non richiedono affatto atti di contrizione, roghi, rituali di (auto)degradazione.


Anche la destra – certo, come ogni realtà – deve svolgere un’incessante autoanalisi della sua traiettoria politica e culturale (passata e presente): ma senza autoflagellazioni, e senza che questa attività fissi -cristallizzi -inibisca gli sviluppi futuri. Mi spingo oltre: senza che alcuno neghi alla destra la possibilità (che è nelle cose: si tratta solo di coglierla) di offrire riparo e ospitalità a tutte le altre culture alternative alla sinistra. A ben vedere, proprio il lungo ostracismo ingiustamente subìto dalla destra italiana la rende naturalmente preparata a impedire che altri si vedano praticato il medesimo trattamento. E dunque, proprio perché la destra è tale e resta tale, nulla vieta (anzi: tutto consiglia) che essa si apra ancora, che diventi (più ancora di quanto lo sia già oggi) la “tenda” capace di offrire protezione e libertà di espressione a ogni sensibilità alternativa alla sinistra: quelle che nella Prima Repubblica sarebbero state definite culture politiche liberali, liberiste, libertarie, laiche, repubblicane, riformiste, oltre naturalmente a quelle cattolico-liberali.
E questo vale anche per molti elettori giovani e delle grandi città (i due punti deboli del centrodestra) che magari non si riconoscono in quelle etichette classiche, ma hanno una sensibilità e un istinto di libertà che va riconosciuto e accolto.


L’Italia ha un assetto di destra pluripartitica, e realisticamente lo manterrà a lungo. Ma nel suo complesso l’alleanza guidata da Fdi insieme con Lega e Forza Italia può avere i contorni di quella che vorrei chiamare un’”area della libertà”. I tre partiti ci pensino: più allargheranno (senza perdere le loro identità), meglio faranno.

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