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Capezzone: l'ecosistema mediatico di centrodestra, tra carta-social-tv, fatica a fare squadra. Proviamoci tutti insieme!

Foto: Il Tempo

Daniele Capezzone
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Esistono cose che tutti sappiamo (a freddo, con la testa, razionalmente), ma che poi rischiano di sfuggirci nella quotidianità del fare (a caldo, di pancia, presi dalla frenesia del giorno per giorno). E allora mettiamolo giù nero su bianco: abbiamo di fronte una campagna elettorale durissima, in cui la sinistra unirà tutto e il contrario di tutto, e nella quale potrà vantare un sostegno mediatico spaventoso: sui giornali cartacei, nella propaganda online, in tv. E da quella parte, pur detestandosi reciprocamente, fanno regolarmente fronte unico contro il «nemico comune». Come funziona? Un articolo esce su un quotidiano di sinistra e viene subito rilanciato in due-tre-cinque trasmissioni televisive; oppure, al contrario, un tema sollevato da una trasmissione trova sistematicamente un rilancio su carta; e poi, nell’uno e nell’altro caso, scatta il rimbalzo social, tra influencer, testimonial, youtuber, e compagnia cantante. Risultato? Quando la sinistra solleva un tema, è garantita una «striscia» di giorni: polemiche, approfondimenti, e la destra regolarmente tenuta sotto tiro.

Mi domando. Perché da questa parte non si riesce a fare altrettanto? Al netto del sano individualismo dei liberali e dei conservatori (e della ancora più sana concorrenza), scattano dinamiche che a volte fanno un po’ cadere le braccia. Ecco il conduttore tv che non invita l’ospite che gli fa ombra o gli ruba la scena; ecco il direttore di quotidiano che è a volte troppo geloso dei colleghi suoi concorrenti; ecco il dirigente televisivo che non rischia perché non si sa mai; ecco una tendenza generale (tra giornali cartacei così come tra giornali e tv) a non citarsi, a non darsi manforte, a non fare squadra, a non offrirsi reciprocamente sponda come invece sarebbe utile e opportuno. Risultato? Con rare e meritorie eccezioni (che per fortuna esistono!), è molto più difficile a destra far durare una campagna, conquistare i tempi e i «rimbalzi» necessari per renderla più lunga e più efficace. Detto in termini più tecnici: la tua «agenda» la imponi solo se collabori, pur dentro una fisiologica competizione.

Qui a Il Tempo prendiamo un impegno, che peraltro corrisponde al modo in cui abbiamo cercato di comportarci in questi mesi (e in futuro vogliamo farlo ancora di più e sempre più sistematicamente, verso tutti). Proprio mentre produciamo tantissimo materiale del tutto originale, proprio mentre il nostro quotidiano raccoglie risultati eccellenti (online e su carta, di cui siamo grati ai lettori), ci guardiamo bene dal «fare i fenomeni»: e invece citiamo tutti, rilanciamo tutti, facciamo sponda con tutti. Siamo convinti di realizzare il prodotto migliore possibile con le nostre forze, ma non abbiamo timore di riconoscere e valorizzare il buon lavoro altrui. Di più: sono convinto che non lo facciamo ancora abbastanza. E dobbiamo farlo sempre di più, io credo, non per gusto del «bel gesto» o per «stile»: ma proprio perché dovremmo desiderare un centrodestra liberalconservatore capace di imporre la sua agenda mediatica, anziché subire quella della sinistra. Proviamoci insieme, o sarà peggio per tutti, temo. Forza!

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