Caro Giuseppe Conte sul Coronavirus serve chiarezza, non le vie legali
Per carità, tutto può essere. Anche che Giuseppe Conte si trasformi in un incrocio tra Bud Spencer e Terence Hill in «Altrimenti ci arrabbiamo». Già, perché sul caso Covid eravamo appena pronti a scrivere che l’ex premier ha il dovere di chiarire la portata delle accuse rimbombate nella commissione che si occupa della materia, che subito sono arrivate le minacce: non ci provate che querelo. Confidando nella clemenza della corte, tentiamo di capirci qualcosa. Eppure non dovrebbe essere complicato. La tradizione dei Cinque stelle invoca trasparenza da sempre. Perché non dovrebbe valere per Giuseppe Conte? Sicuramente noi non abbiamo pregiudizi verso il leader pentastellato, semmai ne critichiamo il posizionamento politico. Non abbiamo dubitato che possa aver trafficato sul mercato che pare emergere per la pandemia degli anni scorsi. Perché sta diventando inaccettabile sentire parlare di cifre, un giorno novantamila, poi 450 mila euro, in direzione dello studio legale dove operava Conte da avvocato e fa bene quando precisa di non entrarci nulla con quello che facevano suoi colleghi avvocati che non frequenta da tempo, come ha detto ieri in una nota stampa. Bene, ma non si può mettere in croce il presidente Lisei se osa far funzionare la commissione; si parla d’altro mentre accadono fatti gravissimi attraverso denunce pesanti, come nota Bignami, capogruppo di FdI alla Camera. Presidente Conte, lei ora dice che è disponibile a farsi ascoltare dalla Commissione su tutti i dubbi che vengono sollevati. Concordi subito la data dell’audizione con le modalità da rispettare, perché è fondamentale scacciare le ombre che si addensano su collaboratori dello studio in cui ha lavorato per tanti anni.
Quelle che con prudenza si chiamano “commesse” - 10 per cento sugli ordinativi - somigliano sempre più a quelle che un tempo si chiamavano tangenti. E siccome non pensiamo affatto che Conte sia di quel giro e che semmai qualcuno possa aver approfittato di lui, farebbe bene ad accettare la proposta di Lisei: dimettersi dalla commissione, accettare di farsi ascoltare dalla stessa e poi, se ci tiene, rientrare al posto di uno dei membri della commissione che indaga sulla pandemia. Ci rifiutiamo di pensare che chi accusa ogni giorno il governo di centrodestra di qualunque nefandezza, possa evitare di aderire alla richiesta di chiarimenti su quanto successe di oscuro nel periodo in cui l’Italia piangeva i suoi troppi morti. Chi ha servito il suo Paese da Palazzo Chigi non può esimersi dal dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità non di fronte al tribunale del popolo - come sfacciatamente il senatore Boccia apostrofa la commissione - ma davanti ad un organismo d’inchiesta delegato dal Parlamento a fare il suo dovere. Le cifre di cui si parla sono enormi. E va chiarito chi ha lucrato e perché. E a che titolo.
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