l’editoriale di Capezzone
Capezzone: e ora gli amici politici della Flotilla ci devono qualche risposta
Leggete bene la seconda puntata (ancora più esplosiva della prima) della straordinaria inchiesta di Alessandro Bertoldi. Ieri era entrata in scena la figura cruciale di Ramy Abdu, in un intreccio (anche «italiano») di soldi e legami con Hamas. Oggi Bertoldi fa un passo in più e ci porta dritti dritti verso la Flotilla sempre attraverso l’uomo-ovunque Ramy Abdu. E allora capite bene che tutta la comitiva di sinistra che nei mesi scorsi - a più riprese - si era sgolata a forza di strilli e chiassate a favore della Flotilla stavolta non può rimanere muta. Già c’erano domande poste dal Telegraph britannico (mesi fa) e poi da Il Tempo a proposito di membri della GSF (Global Sumud Flotilla), cioè del network transnazionale di riferimento, a carico dei quali pendevano accuse di affiliazione o legami con Hamas. Ora si pone in modo non più rinviabile il tema dei finanziamenti. Ricapitoliamo. Gli zatteranti, sia la prima che la seconda volta, erano stati ripetutamente avvisati, nel senso che eventuali aiuti umanitari avrebbero potuto essere consegnati attraverso i canali ufficiali che erano a disposizione degli «attivisti».
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Esattamente come per il primo viaggio, quando la Flotilla rifiutò ben tre opzioni di consegna (inclusa una che prevedeva un ruolo del cardinale Pizzaballa): perché in realtà voleva a tutti i costi l’incidente con Israele. Ma adesso, oltre alle questioni politiche e diplomatiche, è doveroso chiarire chi abbia pagato. Il noleggio di barche costa tantissimo, l’acquisto anche di più, a maggior ragione per missioni a rischio di vedere perse o compromesse le imbarcazioni. Davvero ci si vuol far credere che tutto sia stato pagato con microdonazioni? I rappresentanti italiani e internazionali del network cosa rispondono rispetto al rischio di contatti diretti o indiretti con il terrorismo fondamentalista? Per il resto, ciascuno tragga le sue conseguenze politiche. Da una parte c’è un centrodestra che anche ieri, con reazioni e interrogazioni, ha rilanciato la nostra inchiesta (e nelle pagine interne citiamo e ringraziamo tutti i parlamentari che lo hanno fatto).
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E dall’altra parte, invece, chi c’è? Immaginateli tutti insieme in occasione del giuramento di un nuovo governo nel 2027: Elly Schlein Presidente del Consiglio, Angelo Bonelli alla Difesa, Nicola Fratoianni agli Esteri, Giuseppe Conte all’Economia. E poi, per sovrammercato, una Boldrini con delega ai Servizi e una Albanese Commissaria Ue. E Ilaria Salis, direte voi? Ecco, lei alla Casa: la nostra, mica la sua, però. Più che un dream-team, un nightmare-team. Per l’appunto, meglio fermarci qui: anche gli incubi devono avere un termine. Ps. Anche oggi Il Tempo non molla altri due fronti caldissimi. Il primo è la Commissione Covid, dove le domande sulla gestione in epoca Conte si fanno ogni giorno più rumorose (leggete un chirurgico Alessio Buzzelli), e non a caso i grillini frignano e fuggono. Il secondo è il tentativo (leggete l’eccezionale pezzo di Angelo Jannone) di tenere sulla graticola il generale Mori. Operazione, quest’ultima, che farà felici quei magistrati e quei politici di cui la Commissione Antimafia e la Procura di Caltanissetta stanno svelando i comportamenti opachi. Qualcuno cerca un diversivo?