Chi sia Trump ce lo dirà la storia. Chi siano Prodi-D'Alema-Conte ce l'ha già detto la cronaca
Ma poi, alla fine della fiera, chi è davvero Donald Trump? Sarà la storia a darci il responso finale. Potrà rivelarsi un tragico bluff, cedere ai propri istinti peggiori, pagare il conto salato di un esibito scarso amore per i princìpi. Chiamato a misurarsi, a Mosca e a Pechino, con uno spregiudicato prodotto del Kgb, e con un tiranno ferocemente convinto dell’irresistibilità dell’egemonia cinese, può darsi che il rozzo businessman ci porti alla dannazione, o non sappia impedirla.
Ma può anche accadere l’inverso. Che dentro un declino occidentale incerto solo nella sua pendenza, sia proprio un Grande Irregolare a salvare il salvabile. Il «Telegraph» britannico ha coniato un’immagine suggestiva, quella del «gangster conservatism» (alla lettera: un conservatorismo da gangster): non un’offesa come potrebbe sembrare, ma l’ipotesi che l’eredità conservatrice, nell’era superpopulista, possa essere tramandata solo attraverso leader immersi nello spirito del tempo, e dunque ruvidi, ineleganti, incapaci di predicare bene anche quando razzolano benissimo. Ma gli unici in grado di vincere.
Chi siano invece i campioncini italiani filo-Cina ce l’ha già detto la cronaca. Pechino può vantare in Italia un attacco a tre punte in termini di influenza e sintonia politica: Romano Prodi-Massimo D’Alema-Giuseppe Conte. Quest’ultimo, il mese scorso, intervistato da «Bloomberg», ha esplicitamente lasciato a verbale: «L’Italia deve proteggere i propri interessi anche guardando alla Cina». Il «partito cinese» in Italia non si nasconde più, si manifesta in modo perfino plateale, tramite l’uomo che si candida alla guida del centrosinistra.
Ecco dunque cosa sarebbe in gioco con Conte di nuovo a Palazzo Chigi nel 2027. Non solo lo sfascio dei conti pubblici (dopo il superbonus), non solo il giustizialismo, ma un secco spostamento del paese verso l’asse geopolitico anti-Occidente. Meloni ha tenuto l’Italia nella metà campo giusta, l’avvocato del popolo la schiererebbe dall’altra parte. Poi ecco D’Alema e Prodi, impegnati da anni in una surreale rincorsa per stabilire chi sia il miglior amico italiano del regime cinese. Ve lo ricordate mesi fa Massimo D’Alema in estasi in mezzo ai missili cinesi, perfino emozionato in occasione della cerimonia di nascita di uno schieramento di autocrazie unite e contrapposte all’Occidente?
E Romano Prodi? Firma editoriali per sollecitare l’Europa a guardare da quella parte e cioè - immaginiamo neanche troppo maliziosamente – terzi tra Occidente e potenze asiatiche, e inevitabilmente meno collegati alla filiera atlantica. È in questa atmosfera che ci porterebbe la carovana della sinistra. Lontano dalla bussola della libertà e dell’Occidente, e dentro una confusa area in cui si sovrappongono regimi autoritari (Cina, Russia, Iran), islamismo radicale, estremismo Pro Pal, e una tenace ostilità contro la nostra parte di mondo.
È saggio illudersi che le elezioni del 2027 siano solo un affare di politica interna? No: in qualche modo, si tratterà di un nuovo 1948, anno in cui (grazie al gigante De Gasperi) gli italiani decisero di schierare il nostro paese dalla parte giusta della storia. Abbiamo davanti una sfida simile.
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