L’ANALISI
Usa, attenti a considerare Trump “radioattivo”. Adesso servirà un lavoro di ricucitura
Per comprendere la portata e le potenziali ripercussioni della frattura tra il governo Meloni e il presidente Trump bisogna innanzitutto fare chiarezza sul motivo scatenante. La "delusione" del presidente Usa per la mancanza di coraggio di Giorgia Meloni non riguarda affatto le parole di Papa Leone sulla guerra, come viene ripetuto. Alla giornalista del Corriere che lo interpellava sulle dichiarazioni della premier in difesa del Papa, ha risposto rimproverando all'Italia il mancato aiuto con l'Iran. "Non abbiamo più lo stesso rapporto con chiunque si sia rifiutato di aiutarci", ha ribadito Trump ieri a Fox News, tornando a sottolineare che sono gli europei a ricevere "grandi quantità di petrolio" attraverso lo Stretto di Hormuz. E ricordiamo: non si è mai trattato di andare a bombardare, ma di un paio di dragamine e dell'uso delle basi. Tanto l'aiuto richiesto. Cosa abbiamo offerto, come Europa, in questi 40 giorni? Molto "coordinamento europeo", molti comunicati congiunti. Insomma parole, nessun fatto. Ora si parla di una missione navale dei Paesi europei, senza gli Usa, dopo la fine della guerra. A giochi fatti, praticamente una farsa.
Se il tema è questo, non siamo di fronte ad un temporale estivo, una incomprensione passeggera, ma ad una crisi potenzialmente sistemica che nei prossimi mesi potrebbe portare a mutamenti sostanziali nell'assetto dei rapporti transatlantici. Un ulteriore segnale in questo senso è che la delusione per la mancata collaborazione degli alleati europei, arrivata fino al punto di negare l'uso delle basi (rafforzando, tra l'altro, le preoccupazioni Usa riguardo la Groenlandia), è diffusa a Washington anche negli ambienti conservatori più amici dell'Europa. Lo stesso segretario di Stato Marco Rubio, uno dei maggiori sostenitori del legame transatlantico nell'amministrazione Trump, ha affermato che alla fine della guerra si imporrà una rivalutazione dell'utilità dell'Alleanza per gli Stati Uniti. Temiamo che il governo italiano possa aver valutato con leggerezza la situazione. La tesi, che la sinistra e il suo circuito mediatico hanno spinto in modo ossessivo in questi mesi, e il centrodestra pare aver interiorizzato, è che Trump sia "radioattivo". Nonostante sia tutt'altro che dimostrato che la sua vicinanza faccia perdere le elezioni, dalle cronache sembra che il governo Meloni abbia cercato e ottenuto questa presa di distanza da Trump per calcoli di politica interna, mentre l'irritazione del presidente Usa dovrebbe interrogarci piuttosto sulla nostra politica estera.
Nessuno infatti può negare che i nostri interessi nazionali siano in gioco a Hormuz, così come è "fondamentale" per la nostra sicurezza che l'Iran non abbia la bomba atomica. Lo ha ricordato ieri la stessa premier Meloni. Dunque, a cosa si deve il diniego di aiuto? Ad una ripicca, perché "non è la nostra guerra"? Il fallimento dell'intervento Usa sarebbe per noi una sciagura. Eppure, la principale preoccupazione del governo Meloni in questa fase sembra dare prova a Schlein, Conte, Bonelli e al relativo cucuzzaro mediatico, di "non essere succube" di Trump e Israele. Meloni e il centrodestra dovrebbero invece evitare di smarcarsi da Trump e di inseguire la narrazione anti-trumpiana e pro-pal della sinistra. Non solo perché nelle prossime settimane servirà un lavoro di ricucitura dei rapporti Usa-Europa, ma anche perché sconfessare tre anni e mezzo di politica estera su cui la premier ha investito il suo capitale politico non rafforzerà la sua posizione, né in Europa né in Italia. Né garantirà loro un sollievo politico interno, perché non c'è nulla che possano fare per scrollarsi di dosso l'accusa di essere "servi" degli Usa e di Israele, essendo essa strumentale tanto quanto l'accusa di "fascismo". Magari gli elettori apprezzeranno la prova di autonomia di giudizio di oggi, ma il racconto di fondo dei mesi conclusivi di legislatura rischia di rafforzare una percezione generale di confusione e smarrimento.