Chiedete scusa alla Meloni per quel selfie su cui fare sciacallaggio
L'informazione scende a un livello infimo di degrado «Giornalismo senza senso» dovremmo definirlo
Immagino la riunione della vigilanza Rai dei tempi belli. Entro nell’aula e vedo due mani alzate, sono parlamentari di FdI: «E aspettate un momento, fatemi aprire la seduta». E succede di tutto. La destra che accusa Report - e anche Repubblica, Fatto quotidiano e FanPage - di infangare Giorgia Meloni per un selfie con una persona che non conosceva. Dall’altra parte la sinistra che grida al vittimismo.
Due ore di discussione e alla fine documento unitario, ma c’è la parola «bufala». La sinistra propone un emendamento per sostituirla con «cazzata», lo dichiaro inammissibile. Alla fine tutti contro un giornalismo infantile. Contro lo sciacallaggio. Oggi bandiere rosse a volontà e non accadrebbe mai una retromarcia da sinistra. Perché il fango è pane quotidiano, la lotta politica è miseria, la diffamazione la regola. Che pena però, assistere al trionfo del nulla. Da chissà quali archivi rovistano un’immagine di tanti anni orsono, la premier - anzi Giorgia come la chiama il popolo - si sottopone al rito di uno dei mille selfie di giornata con una persona che glielo chiede.
Accade ad ogni politico, artista, sportivo, celebrità sufficientemente noti - la Meloni ovviamente molto di più frotte di persone ignote celebrano la loro ammirazione per una fotografia da sventolare sui social e scoppia il caso di cartone. Si avventano Report, Repubblica, Fatto quotidiano e qualche briciola avanza pure per FanPage.
«La Meloni col mafioso», strillano a vuoto, in un crescendo vergognoso duplicato dai loro troll a gettone. È infantilismo vero. Godono senza capire perché. Si beano nel nome dell’armata che li trascinerà all’inevitabile vittoria. I cosacchi a Roma.
Non provano vergogna, ovviamente, perché il dileggio è farina che maneggiano a convenienza. Anche se a volte pare polverina bianca destinata alle narici. Ma perché l’informazione deve scendere a un livello infimo di degrado? Ci sta che prendano parte alla rissa politica; ma il metodo deve essere questo? Un mazzo di rose lo manderete alla premier per scusarvi di un espediente ignobile, il selfie con il mafioso ignoto?
Tra poco si pretenderà da Giorgia Meloni la richiesta di documenti agli ammiratori che vogliono un selfie con lei. «Giornalismo» senza senso dovremmo definirlo. E lei ha risposto di buon mattina con una nota che vale la pena di leggere per intero: «Oggi la "redazione unica", composta da Il Fatto Quotidiano, La Repubblica, Fanpage e Report, mostra una mia foto con un esponente della criminalità organizzata per sostenere la bizzarra tesi di una mia vicinanza ad ambienti malavitosi. Inoltre, questi signori fanno un pirotecnico collegamento con le vicende di mio padre, per dimostrare non so quale commistione con la criminalità organizzata. Ma questi imparziali e onesti giornalisti sanno benissimo che con mio padre ho interrotto ogni rapporto all’età di 11 anni. Così come sanno benissimo che, in decenni di impegno politico, esistono decine di migliaia di foto mie con persone che chiedono semplicemente un selfie. E ciò vale per chiunque faccia politica e stia in mezzo alla gente. E sfido chiunque a trovare mie dichiarazioni o attacchi contro altri esponenti politici colti nelle stesse circostanze.
Il mio impegno contro ogni mafia è cristallino, coerente, duraturo. E ciò che abbiamo fatto al governo ne è la prova. Mentre altri liberavano dalle galere i boss mafiosi con la scusa del Covid, noi li arrestiamo e li teniamo dentro con il carcere duro, istituto che abbiamo salvato dallo smantellamento. Differenze. Ma a questi «professionisti dell’informazione» non importa niente. Tutto serve a gettare fango nel ventilatore e a fare da grancassa mediatica agli interessi di partito.
Nessun giornalismo, solo politica. Poco importa. Non sono una persona che si fa intimidire dagli squallidi attacchi di gente in malafede».
Lunga, ma sacrosanta. Dura, ma giustificata. Netta e inoppugnabile. Ci chiediamo noi: ma davvero si deve crocifiggere un personaggio pubblico per un selfie?
Giornalismo, dunque. Eppure il giornalismo, in teoria, deve segnalare fatti potenzialmente rilevanti (es. contatti, anche casuali, con persone controverse) che abbiano attinenza con un pericolo reale magari e non una fanfaluca. Il cronista deve verificare bene le informazioni (quel «presunto mafioso» è davvero tale? con quali prove?).
Se poi manca la verifica o si gonfia il caso, allora sì, si scivola verso il sensazionalismo o l’uso politico della notizia.
Se un selfie diventa la notizia di un legame o una relazione è evidente che viene usato strumentalmente perché non c’è conoscenza tra le persone fotografate e non c’è alcun comportamento concreto oltre all’immagine. Una schifezza, altro che notizia. Dio non voglia che ci capiti qualcuno a sinistra: dobbiamo assicurare parità di comportamento? Sì, in casi del genere le scuse dovrebbe far parte della deontologia.
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