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Iran, la retromarcia penosa di un regime di miserabili vicino alla debacle

Foto: Lapresse

Roberto Arditti
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Sono dei miserabili. E non ci sarebbe altro da aggiungere. In queste ore, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha annunciato che «Il Consiglio ha deciso che non ci saranno ulteriori attacchi ai paesi confinanti né lanci di missili, a meno che tali paesi non attacchino per primi l'Iran». E non si è limitato a questo: ha chiesto scusa personalmente ai vicini per gli attacchi recenti, definendoli frutto di un «fire at will» (fuoco a volontà) delle forze armate dopo la perdita di comandanti. «Chiedo scusa ai paesi vicini che sono stati attaccati dall'Iran, da parte mia. Non abbiamo alcuna intenzione di invadere altri paesi», ha assicurato. Sullo Stretto di Hormuz poi, la posizione diventa questa: l'Iran non chiude il passaggio, ma vieta il transito a navi legate a USA e Israele.

 

 

Questi miserabili, dopo decenni di attacchi furibondi all'Occidente, agli Stati Uniti e a Israele, ora iniziano una penosa retromarcia dopo una settimana di débâcle militare che entrerà negli annali. Siccome però sono stati accarezzati, coccolati, riveriti da tutta, ripeto tutta, la sinistra europea e americana per decenni, conviene ricordare le «frasi celebri» che hanno segnato la loro ideologia di odio: l'ayatollah Khomeini, fondatore della Repubblica Islamica, definiva gli americani «il Grande Satana», il «serpente ferito» da schiacciare. «Dobbiamo esportare la nostra rivoluzione in tutto il mondo, fino a quando il grido "Non c'è dio all'infuori di Allah" risuonerà ovunque», tuonava. Contro Israele: «Dobbiamo distruggere i sistemi basati sul sionismo, sul capitalismo e sul comunismo, e sostituirli con l'ordine khomeinista». Il successore Khamenei ha proseguito senza ritegno: «È la missione della Repubblica Islamica dell'Iran cancellare Israele dalla mappa della regione».

 

 

Retorica apocalittica per un regime che si credeva invincibile: oggi si verifica quello che (pochi) cercavano di dire anche prima: sono dei miserabili, corrotti fino al midollo e incapaci di tutto, tranne che nel seviziare il proprio popolo (ma fu un volo Air France con tutti gli onori a portare Khomeini a Teheran da Parigi nel 1979). Dunque, la débâcle militare è sotto gli occhi di tutti: l'Iran si rivela una tigre di carta, un colosso marcio consumato dall'interno. La corruzione endemica ha divorato risorse: i vertici si arricchiscono con il petrolio mentre il popolo fa i conti con l'inflazione galoppante. Negli ultimi anni, strike israeliani e americani hanno decimato basi, ucciso comandanti, colpito siti nucleari come Natanz e Fordow senza risposte efficaci. Per non parlare degli aspetti politici: il tentativo di espandere il conflitto all'intera area del Golfo è fallito miseramente, oggi tutti i paesi islamici della zona usano le armi contro Teheran. Questa inversione a U non è prudenza, è capitolazione. Khomeini e Khamenei vedono finalmente umiliata la loro ridicola arroganza: il loro sogno di egemonia regionale svanisce in un piagnisteo patetico. Dopodiché, ovviamente, meglio così. Ma tutti quelli che in queste ore hanno strillato alla Terza Guerra Mondiale dovrebbero correre a nascondersi per la vergogna.

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