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Askatasuna, delirio di Grimaldi. Se l'opinione è spacciata per verità

Foto: Lapresse

Alessio Gallicola
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C’è una linea sottile che separa l’opinione dalla suggestione, la critica politica dalla costruzione di un universo parallelo. Quando quella linea viene cancellata con un colpo di pennarello ideologico, si entra in un territorio più scivoloso: il delirio. Non come insulto, ma nella sua definizione più clinica: convinzione falsa, profondamente radicata, impermeabile a qualsiasi prova contraria. Le parole del deputato di Avs Marco Grimaldi sugli scontri di Torino tra il centro sociale Askatasuna e la polizia («una trappola tesa dal ministro Piantedosi») si muovono esattamente in quel territorio. Non un dubbio, non una richiesta di chiarimento, non un’analisi dei fatti. No: una sceneggiatura già pronta, con tanto di regista occulto e copione ministeriale. La realtà? Un dettaglio.

 

 

L’idea che ogni tensione di piazza sia il frutto di una macchinazione governativa è rassicurante per chi non vuole guardare in faccia la responsabilità di certi ambienti. È più semplice evocare la «trappola» che ammettere che esistono frange che cercano sistematicamente lo scontro. È più comodo dipingere la polizia come burattinaia che interrogarsi sulla cultura politica che legittima l’antagonismo permanente. Il delirio, per sua natura, resiste ai fatti. Le immagini? Provocazioni. I feriti? Comparse. I precedenti? Coincidenze. Tutto si piega alla narrazione originaria: il potere trama, gli altri reagiscono. Fine della storia. Non importa quante volte lo schema venga smentito dall’evidenza, l’impianto resta intatto, granitico, impermeabile.

 

 

Grimaldi non è nuovo a questo esercizio. Ogni volta che la cronaca mette in difficoltà un certo mondo, ecco la torsione semantica: la violenza diventa «tensione», l’assalto «protesta», l’intervento delle forze dell’ordine «repressione». Un lessico studiato, calibrato, che trasforma l’oggettività in opinione e l’opinione in verità rivelata. Qui il problema non è la critica al ministro Piantedosi, legittima in democrazia. Il problema è l’automatismo con cui si archivia la realtà per sostituirla con un racconto funzionale. E il delirio, in politica, non è innocuo: anestetizza le coscienze, assolve sempre i «propri» e condanna sempre gli «altri». Fino al prossimo scontro, alla prossima «trappola», alla prossima verità prefabbricata. E così, mentre si evocano regie occulte e trappole ministeriali, la realtà resta lì, ostinata. Con i suoi filmati, le sue responsabilità, le sue domande inevase. Ma per chi ha già deciso la trama, ogni fatto è solo un ostacolo narrativo da aggirare. Fino alla prossima puntata. Che andrà in scena il 28 marzo, quando Askatasuna manifesterà a Roma. Vedremo se per una volta qualcuno avrà il coraggio di chiamare le cose con il loro nome.

 

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