Altro che isolamento: Meloni e la diplomazia "a geometrie variabili"
Altro che isolamento internazionale. La politica estera di Giorgia Meloni vive dentro una fase di profonda trasformazione degli equilibri globali e va letta con categorie nuove, non con i soliti schemi del passato. L’Italia sta tentando – con tutti i limiti strutturali di una media potenza – di ridefinire il proprio posizionamento nel mondo, abbandonando una diplomazia «reattiva» per sperimentare una presenza più articolata nelle dinamiche internazionali. Il punto centrale è il superamento dell’idea di alleanze rigide e definitive. Oggi il sistema globale funziona per reti, convergenze temporanee, cooperazioni settoriali. È la logica delle geometrie variabili - resa famosa all’inizio degli anni Novanta dai tedeschi della Cdu Schäuble e Lamers - che non mette in discussione i pilastri storici della collocazione italiana (Nato, Ue, Stati Uniti) ma li affianca a nuovi canali di dialogo. In questo senso, l’apertura verso l’Asia orientale, e in particolare verso Giappone e Corea del Sud, rappresenta un passaggio politicamente significativo.
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Non si tratta solo di sicurezza, industria o tecnologia, ma di una comprensione più ampia del potere contemporaneo. La Corea del Sud ha mostrato come la cultura possa diventare uno strumento geopolitico efficace: la cosiddetta K-pop diplomacy non è folklore, ma una strategia consapevole di soft power. L’Italia, da questo punto di vista, possiede un patrimonio culturale e identitario straordinario. Ma la vera sfida è trasformarlo da rendita simbolica a leva politica contemporanea. Non basta evocare il passato o usare la cultura come semplice vetrina turistica: serve una visione che la integri nella strategia internazionale del Paese. Moda, design, industria creativa, enogastronomia, saper fare artigianale e qualità della vita possono diventare strumenti di relazione e influenza, se inseriti in un disegno coerente.
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Le geometrie variabili consentono inoltre all’Italia di dialogare con una pluralità di attori: dalle democrazie asiatiche alle potenze medie emergenti, passando per il Mediterraneo allargato, l’Africa e il Medio Oriente. Non prediche ideologiche, ma convergenze pragmatiche su energia, infrastrutture, formazione, cultura e tecnologia. È una strategia che valorizza il profilo italiano come interlocutore non egemonico, ma affidabile. In questo quadro, la linea di Giorgia Meloni va interpretata come tentativo di riposizionamento. Un approccio che cerca di rendere l’Italia meno subalterna e più riconoscibile, capace di parlare più linguaggi del potere. In un mondo multipolare, dove la forza militare da sola non basta più, la cultura diventa uno spazio politico decisivo. E l’Italia ha ancora molto da dire.
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