Maranza, servono soluzioni senza retorica perché il tempo stringe
«Piumini e Catene» di Roberto Arditti e Alessio Gallicola. Il nuovo libro-inchiesta sul fenomeno Maranza edito da Armando Curcio Editore e disponibile in libreria e sulle principali piattaforme online
Non è una categoria sociologica, né una sigla da rapporto ministeriale. I Maranza si incontrano prima di tutto per strada: nelle stazioni, davanti ai centri commerciali, sui marciapiedi delle periferie e ormai anche dei centri storici. Piumini e catene non è solo un titolo efficace, è una fotografia. Abbigliamento riconoscibile (tute sportive, borselli a tracolla, scarpe da ginnastica, spesso tutto «di marca» anche se contraffatto), postura ostentata, linguaggio che mescola sfida e appartenenza. Il cronista li guarda senza romanticismi e senza demonizzazioni. Vede gruppi molto giovani che occupano lo spazio pubblico come fosse un palcoscenico, spesso più per essere visti che per colpire davvero. Ma sarebbe un errore liquidare il fenomeno come semplice folklore urbano o come moda passeggera. In quei piumini gonfi e in quelle catene luccicanti c’è una richiesta di riconoscimento, a volte rozza, a volte violenta, quasi sempre rumorosa.
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"Piumini e Catene": il nuovo libro-inchiesta sul fenomeno Maranza
Il termine «maranza» viene spesso evocato in cronaca, ma non tutti ne hanno chiara la definizione. Secondo la Treccani, un maranza è un giovane «che fa parte di comitive o gruppi di strada chiassosi, con atteggiamenti smargiassi e sguaiati ... riconoscibili anche dal modo di vestire appariscente (capi griffati, portati anche in modo contraffatto) e dal linguaggio volgare». Non è quindi solo una questione di delinquenza (anche se esistono casi di micro-criminalità), ma anche di estetica, di identità di periferia, di stile coltivato e ostentato.
Molti maranza sono giovani di prima o seconda generazione, con radici nordafricane, che vivono nei quartieri periferici delle grandi città italiane. E poi, come spesso accade in fenomeni giovanili, c’è il paradosso identitario: alcuni maranza vogliono essere visti come ribelli, come duri, ma sotto c’è anche un bisogno di visibilità social, e – come ha denunciato un dirigente di polizia – la «sindrome del cocco di mamma»: genitori che frignano quando i figli hanno problemi, li perdonano troppo facilmente.
Il problema affiora quando il confine tra esibizione e prevaricazione si assottiglia. Quando il gioco identitario diventa intimidazione, quando la sfida simbolica diventa fisica. Non siamo davanti a un’emergenza criminale nel senso classico, ma nemmeno a una caricatura da social network. È una zona grigia che cresce e che interroga la città, la scuola, gli adulti.
Raccontare i Maranza da cronista significa stare su quella linea sottile: osservare, descrivere, segnalare. Senza assolvere e senza criminalizzare. Perché prima che un problema di ordine pubblico, questo è un segnale. E i segnali, se ignorati troppo a lungo, smettono di essere rumore di fondo e diventano qualcosa di più difficile da gestire.
Un racconto senza giudizi né retorica. Né tanto meno soluzioni. Che spettano ad altri. Ma il tempo stringe. E la realtà può trasformarsi in emergenza.
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