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Ma quanto silenzio sull'Iran, troppe complicità con il macellaio di Teheran

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Daniele Capezzone

Daniele Capezzone
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Il Tempo può prendersi un piccolo ma sicuro merito. Per primo, da molti giorni, ha riaperto il «caso Iran» con la nostra Francesca Musacchio. Per primo (e unico), pone in guardia dalle infiltrazioni anche qui in Italia (epicentro: Roma) del regime degli ayatollah e della loro pericolosissima rete di spie. Per primo, ha raccontato che il macellaio-capo Khamenei stavolta trema davvero, e, al posto del solito bunker a Teheran, potrebbe fuggire dall’Iran (con destinazione Bielorussia oppure Russia: ieri, un paio di giorni dopo di noi, lo ha scritto anche il londinese Times).

E tuttavia, sui media italiani, c’è ancora tanto silenzio. Troppo. Quando va bene, il mutismo viene rotto per dare conto di proteste popolari che vengono presentate come «contro il caro vita». Eh no. Certo che gli iraniani sono anche alle prese con il costo dei beni primari. Ma la novità è che stavolta, assumendosi un rischio enorme con coraggio esemplare, i manifestanti stanno chiedendo direttamente la caduta del regime.
Non è solo una questione di inflazione e di prezzi.

Quegli uomini e quelle donne cercano un loro «25 aprile». E c’è da piangere di commozione per chiunque ami la libertà. E’ un regime sanguinario che ha costretto i dissidenti alla galera, all’esilio o alla morte. Che ha segregato le donne e perseguitato gli omosessuali.
Che ha seminato terrore e sangue in tutto il Medio Oriente.

Forse ora le cose stanno davvero per cambiare. Non un amico, ma un avversario di Bibi Netanyahu, l’ex premier e capo dell’opposizione israeliana Naftali Bennett, da ieri ha postato una specie di «conto alla rovescia» sui suoi canali social, in attesa dell’attacco al cuore del regime. Solita storia: non solo gli israeliani, ma pure gli iraniani, gli esseri umani oppressi dal regime, sperano nella caduta dei turbanti. Qui, invece, in particolare a sinistra, si imitano le tre scimmiette: quelle che non vedono, non sentono, non parlano.

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