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Dossieraggio, Cerno accusa: chi è il complice silenzioso del piano anti Meloni

Tommaso Cerno
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Nelle more dell’indagine di Raffaele Cantone, per anni un pm eroe della sinistra, scopriamo che c’era qualcuno in questo Paese che voleva abbattere Giorgia Meloni e il suo governo prima ancora che nascesse. E sempre questo qualcuno ha cercato di interferire sulla successione di Virginia Raggi al Campidoglio, dove oggi siede il sindaco Pd Roberto Gualtieri. Per ora di questo qualcuno conosciamo solo un lato: il finanziere che saccheggiava i database più riservati dello Stato per spifferare ad alcuni giornalisti e magistrati i segreti (veri o presunti) dei candidati. In pratica tutti del centrodestra, se non si fa caso a Matteo Renzi che in quegli anni era una specie di jolly. Se in uno Stato normale tutto il Parlamento si leverebbe a chiedere con forza chiarezza su quello che sembra un sistema a metà fra il ricatto personale e il golpe politico, nella strana Italia di questi anni si arrabbiano solo quelli della destra. Voi direte che è normale, perché sono le vittime di questo presunto reato su cui indaga la Procura di Perugia. Ed è proprio questo il punto: come fa la sinistra, che se ne sta zitta zitta come se nulla fosse, a sapere che oltre a quei circa 300 nomi dove spuntano Lollobrigida, Crosetto, Fascina, Rampelli, Michetti e chi più ne ha più ne metta, prima o poi non salterà fuori anche Bersani, Letta, Schlein, Boccia, Conte, Di Maio, Speranza?

 

 

Perché se è vero che i giornalisti sotto accusa cercavano scoop sui propri avversari politici, quindi hanno attinto più a destra che altrove, il famoso dossieraggio - per la legge dei grandi numeri - non avrà certo classificato guardacaso proprio solo quelli che interessavano ai cronisti. Per cui se le richieste di informativa fossero giunte su altri nomi, è probabile che sarebbero spuntati. A meno che... A meno che le spiegazioni di questo silenzio progressista (e progressivo) siano una di queste due. La prima, che anche la sinistra sapesse che era in corso il tentativo di colpire gli avversari e la cosa non dispiacesse affatto. La seconda, che adesso - scoppiato il bubbone - tutte le prove di un eventuale dossier più vasto siano in fase di occultamento, con lo stesso metodo con cui furono raccolte. Perché i tempi della giustizia, quella vera, sono biblici. E fra una richiesta al gip, una dichiarazione spontanea, un ricorso e un legittimo impedimento è probabile che di tutto quell’archivio destinato a crescere e proliferare nel silenzio non resti già più traccia.

 

 

Ma domandiamoci adesso, approfittando proprio di questo silenzio, cosa vedremmo fuori dalla finestra della nostra redazione de Il Tempo, qui a piazza Colonna, proprio di fronte a Palazzo Chigi, se per sbaglio fosse stata scoperta dai pm di Perugia una lista di politici con la tessera del Pd dossierati e poi dati in pasto all’opinione pubblica sulla base di informazioni riservate, che funzionari dello Stato cedevano a terzi in prossimità del voto. Senza essere Nanni Moretti, sono pronto a scommettere su questa scena: la piazza straboccante di gente, cartelli e fischietti, bandiere e picchetti. Tutti a chiedere la testa del premier e a inaugurare un’inquisizione contro gli avversari politici, colpevoli senza ombra di dubbio, proprio nel nome di quella Costituzione che invece oggi non si sente difendere. Ma come potrete vedere piazza Colonna è deserta. E lo resterà. Perché questo è uno dei grossi problemi della democrazia di questi tempi. Non vale per tutti, non è universale, cambia natura a seconda di chi è stato scelto per guidarla in un determinato momento, un po’ come per i manganelli di Pisa. Nessuno di noi avrebbe voluto vederli. Ma sono esattamente identici a quelli di Torino. Quando al governo c’era Mario Draghi e non si gridò al fascismo.

 

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