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Elezioni, vinta una battaglia: si rischia il peccato di arroganza sui numeri

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Augusto Minzolini
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Qualche sintomo c’è già. A Vincenzo Amendola, uno dei leader dell’area riformista del Pd, non puoi parlare di scenari futuri perché è concentrato solo sul presente, cioè sull’affermazione dell’alleanza Pd-5stelle in Sardegna: «Godo, Madonna come godo, fatemi godere. Il resto vedremo», dice. Che il Pd dopo tante batoste sia contento per la prima vittoria dopo tanto tempo, ci sta. È naturale, era da tempo che non strappavano una regione al centro-destra. Il rischio, però, è un altro, che scambi il successo in una battaglia con la vittoria in una guerra. Cioè che la sinistra commetta - come sull’altro versante visto che la parola ormai va di moda - un peccato di arroganza questa volta nei confronti dei numeri. Perché se si sottopongono i risultati delle regionali sarde ad una radiografia si scopre che è più il centro-destra ad aver perso che non l’alleanza giallo-rossa ad aver vinto: la candidata grillina si è imposta, infatti, su quello della coalizione di governo per meno di tremila voti; mentre le liste del centro-destra hanno sfiorato il 49% mentre quello che hanno aderito all’alleanza Pd-5stelle il 42%. Insomma, un abisso.

 

 

 

Per cui l’alleanza giallo-rossa per vincere deve allargarsi e, soprattutto, deve essere capace di farlo: cosa non semplice. Anche perchè il centro-sinistra, l’Ulivo, l’Unione chiamatelo come vi pare, per vincere ha bisogno proprio di tutti. I vecchi democristiani che militano tra le sue fila ne sono consapevoli. Romano Prodi lo ripete ogni piè sospinto. Pierferdinando Casini che è entrato a far parte della combriccola alle ultime elezioni è ancora più chiaro. «Pensavo- spiega- che la Meloni fosse una campionessa del mondo ma negli ultimi tre mesi mi sono ricreduto. Ha peccato di arroganza e questo con l’establishment non funziona. Ora bisogna vedere se anche gli altri, a sinistra, sono talmente scemi da commettere lo stesso peccato: lo schieramento giallorosso così com’è non vince, deve aprirsi a tutti gli altri». E, infatti, le grandi manovre già sono cominciate. Calenda ha detto di sì. Renzi è sull’uscio e annusa l’aria. Bisogna vedere se Conte, che è molto diffidente, porterà i grillini ad aderire al cosiddetto, il nome è stravagante, campo largo. Per non parlare dei personalismi e dei veleni che continuano a dividere, a bloccare, a rendere ininfluenti i centrini che potrebbero essere decisivi per la vittoria dell’uno o dell’altro schieramento.

 

 

 

Nel Pd, invece, almeno nell’ala pragmatica i dubbi con il passar dei mesi, con l’avvicinarsi del giro di boia delle elezioni europee, diminuiscono. «Noi dobbiamo mettere insieme tutti ragiona Nicola Stumpo, che l’organizzazione del Pd la conosce a memoria dai tempi di Bersani- ma proprio tutti. Ne dobbiamo avere paura di aprire la porta a Calenda e Renzi, anche perché litigano sempre tra loro per cui alla fine sarebbero irrilevanti». Naturalmente la prima prova di un‘ipotesi del genere saranno le prossime elezioni in Abruzzo dove il campo largo vedrà alleati da Renzi e Calenda, passando per il Pd fino ai grillini. Conte non ha voluto prendere impegni con la Schlein per le regionali in Piemonte proprio per verificare i risultati dell’operazione abruzzese. È chiaro che una sconfitta lì, determinerebbe una battuta d’arresto ma è difficile che l’operazione si interrompi visto che la sinistra se vuole avere qualche chance di vittoria non ha altre strade da percorrere. In fondo l’alleanza Pd-5stelle rappresenta il tradizionale bacino elettorale della sinistra da cinquant’anni che per vincere ha bisogno di un pezzo dell’area moderata. È sempre stato così e la situazione non è cambiata. Il punto è se l’attuale classe dirigente del campo largo sia davvero capace di farlo. E se il centro -destra, di fronte a tutti questi movimenti, si accontenterà del ruolo di spettatore inerme.

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