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Zuncheddu e Sanfilippo, la vittoria in tribunale ha un prezzo troppo elevato

Gianluigi Paragone
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La frase è quella liberatoria e anche di rito: «La giustizia alla fine ha vinto». Ma di quale giustizia parliamo se per poter dire una frase del genere ti volti indietro e trovi le macerie oltre che un conto prosciugato dalle spese processuali. Già, perché la vittoria della giustizia ha un prezzo elevato. Ne sanno qualcosa tutti coloro che si sono ritrovati in galera con le peggiori accuse: difendersi da inchieste così infamanti costa, eccome se costa. Per non dire di cosa succede nell'esatto momento in cui ti arrestano con l'accusa di essere colluso con la mafia o un omicidio. Nel giro di una manciata di ore, l'orologio della giustizia scandisce l'ora della verità per due persone lontane anni luce tra loro: Mario Ciancio Sanfilippo, un tempo editore potente in quel di Catania accusato di concorso esterno in associazione mafiosa; Beniamino Zuncheddu, allevatore sardo accusato di un triplice omicidio, avvenuto nel gennaio del '91, in quella che nell'isola è conosciuta come la strage di Sinnai. Assolti entrambi con formula piena.

 

 

Dopo anni e passa, l'editore cui vengono sequestrati 150 milioni di euro di beni (sequestro poi annullato dalla Cassazione). Dopo circa trent'anni invece per l'allevatore sardo, anch'egli assolto per non aver commesso il fatto. Il fatto però è fare i favori di Cosa Nostra o un triplice omicidio: ti accusano, ti schiaffano dentro e vediamo che succede. Processi, quelli di Ciancio e di Zuncheddu, pieni di errori grossolani, di strafalcioni, di «prove» tenute in piedi forzando la logica oltre che il diritto. Per Ciancio addirittura la Procura, dopo tre anni, chiese di archiviare tutto, un giudice dice di no; a quel punto il pm chiede il rinvio a giudizio ma un altro giudice lo respinge; la Procura fa ricorso e finalmente ottiene di portare l'editore a processo, con tutto quel che consegue per le attività imprenditoriali. Pure le accuse all'allevatore non reggono in maniera solida. Ma tanto. Oggi, Ciancio ha 91 anni e Zuncheddu quasi 60, di cui la metà vissuti da presunto colpevole. La cronaca ci consegna le loro storie di calvario a un giorno di distanza l'uno con l'altra. Ce le consegna come vittoria della Giustizia, come trionfo del tempo che fa il suo corso. Ma non è vero, non c'è giustizia se la tua vita può essere stravolta così; e non c'è mai una cassa di risonanza - la stessa che invece rimbomba senza limiti di decibel - che racconti cosa significano da innocente stare dentro un carcere, cosa significati dovere spendere tutto quel che si ha (se lo si ha) e puro quel che non si ha, per raddrizzare ciò che un procuratore storce. Non c'è eco di quel che si passa.

 

 

Allora domando: ma davvero possiamo liquidare tutto dicendo che «Giustizia è fatta»? La Giustizia non è un concetto etico e morale; è un apparato, è una macchina che o funziona o non funziona. E se non funziona, chi sbaglia non dev'essere più messo nella condizione di esercitare quei poteri che l'esercizio della funzione comporta. Ci giriamo attorno da decenni ma quel nodo non viene sciolto: una volta perché c'è Berlusconi, un'altra perché c'è Mastella, un'altra perché c'è Nordio. Sono decenni che dobbiamo raddrizzare una «cosa» che chiamiamo Giustizia e che invece è altro, con buona pace di tutti coloro che lottano correttamente e puri in difficoltà. Cosa aspettiamo per ridare un senso di equità a chi sta sotto il cielo del Diritto, siano essi magistrati o cittadini? Se pensate che Ciancio e Zuncheddu siano due storie isolate, è perché nessuno la sta raccontando giustamente. Meglio raccontare la solita cronaca passata dalle procure e sostenuta dall'esercito degli ipocritamente buoni. Fino alla prossima vita rovinata per orrore giudiziario. 

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