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il commento

Elezioni, la politica italiana non riesce a superare gli interessi di bottega

Sembra proprio che la politica sia «dalla nostra parte». Dalla mia e del giornale intendo, considerati gli sforzi che fa (o peggio ancora potrebbe essere un comportamento naturale...) per dare dimostrazione e numerose prove rispetto alla veridicità e all'attualità della nostra teorizzazione. All'avvicinarsi dell'obiettivo elettorale, gli interessi non si elevano, ma si parcellizzano. Vecchie tribù politiche si consolidano. Anzi, a loro voltasi scompongono in sottogruppi. Nuove tribù sorgono, con un volitivo spirito di sopravvivenza. La dialettica fa parte del gioco, democratico e politico.

Ma oggi, a essere onesti, c'è uno schieramento che offre uno spaccato della politica assai emblematico della forza «centrifuga» che spesso ne muove i passi. Sinceramente sarebbe bello non vedere divergenze in campagna elettorale, da parte di partiti e coalizioni, per un duplice motivo. Uno strategico, considerato che compattezza e coerenza sono fattori che evidentemente pagano in termini di consenso. E c'è da chiedersi perché, puntualmente, partiti e leader che studiano al dettaglio mosse e iniziative si perdano nell'offrire spaccature nella fase clou del confronto con gi elettori. Il secondo, più nobile, riguarda proprio la coerenza sopra citata, ma nella sua più veste più tangibile: l'assenza di divergenze sostanziali, infatti, sarebbe il segnale che una compattezza solida, almeno sui fattori fondanti, sia reale e garantita da tutti gli alleati.

Oggi assistiamo a una campagna, per certi versi, senza precedenti. C'è la singolarità del periodo ma, soprattutto, quelle dei linguaggi, da un lato, e delle alleanze, dall'altro, che mostrano la frammentazione del panorama politico. Con confronti e intese cercate a «favor di schermo» sui social e su quel twitter che ha reso popolare Calenda quasi più di un influencer. È evidente che parliamo di uno schieramento in particolare, con una storica tradizione moderata riformista, pur di natura post comunista, che proprio lambendo questo perimetro ideologico sembra essere «tornato alle origini»: vuole mandare agli elettori un messaggio rassicurante proprio rispetto alla sua natura moderata, ma lo fa con un'offerta politica che parte dall'alleanza con i comunisti.

Subito dopo, aprendo una porta al presunto centro di Calenda che, abbiamo capito tutti, in realtà non è centro ma di fatto è sinistra. Ha tentato l'accordo con quella coalizione, realisticamente lo tenterebbe anche dopo il voto. Con la differenza, se si tratta di governare, di chiuderlo. Dopodichè nulla di fatto, ognuno a casa sua: prevalgono le tribù, i cui capi dicono una cosa, per poi farne altre. Questione di coerenza? Non pare, altrimenti perché anche solo pensare e stringere a un accordo senza premesse? Parrebbero questioni di calcolo politico, sopravvivenza. Spazio vitale, di natura tribale. È così che la partita torna al centro: altro spazio, altri capi tribù. Renzi e Calenda, che sarebbero stato credibili, sempre per essere onesti, se l'intesa l'avessero cercato e chiusa prima. Non come «ripiego».

Come recita un detto salentino, che qui traduco in italiano, «quando non hai di meglio, ti corichi con tua mamma». In tal caso c'è anche da capire chi tra i due farebbe il figliolo, considerato che si parla di due leader dotati di personalità «mica male», diciamo piuttosto consapevoli di sé. Ma il capolavoro spetta a un altro protagonista di questi giorni, nato come gregario e presto assorto a capo di una tribù pronta a compiere la rivoluzione popolare, forte di un risultato storico epocale. In tanti ci hanno provato, ma senza mai farcela: abolire quella povertà. Chapeu.

Ma veniamo a scoprire dagli ultimi dati Istat che nel 2021 sono poco più di 1,9 milioni le famiglie in povertà assoluta, 5,6 milioni di individui. Qualcosa deve essere sfuggito. Colpa della sorte, degli avversari politici, forse anche di quelli del proprio movimento, della propria tribù. Aria di crisi, meglio farsene una propria dunque, con interessi più limitati, ma a condizioni per il futuro più garantite. È così che anche Di Maio propone di stare «Insieme per il futuro»: dopo aver governato con tutti, ma sempre per carità di Patria, adesso è al fianco di Tabacci che al futuro guarda con l'ampia profondità offerta dalla sua su per giù cinquantennale storia politica.

Continua la sua corsa la tribù pentastellata, sotto la solida guida del suo leader per mancanza di alternative. Insomma, ciascuno chiamerà a raccolta i propri proseliti, tentando non di compattarne interessi e visioni, ma parcellizzare quel consenso che permetta di garantire la propria sopravvivenza, politica e professionale. La verità è che la questione è bipolare: due grandi coalizioni che si contendono la vittoria. L'importante è che i cittadini sappiano che non ci sono pericoli o derive, rispetto alle quali si alza il grido d'allarme guardando a destra: Giorgia Meloni è la presidente dei conservatorie riformisti europei e fa parte di una coalizione di centro-destra, moderata. Parleranno i programmi e le alleanze, poi per fortuna i cittadini e gli elettori. 

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