Giorgia Meloni va dagli industriali di Assolombarda e punta sulla serietà dell’azione del governo. Strappa applausi alla platea e mette in chiaro alcuni concetti. I principali sono due, che si tengono tra loro: «Il Governo ci sarà quando serve e vi lascerà lavorare, perché alle volte il migliore aiuto a chi produce è non mettersi di traverso». Ma, allo stesso tempo, non vanno nascoste le difficoltà del momento: «Viviamo in un tempo che non ci concede tregua, ma noi siamo la nazione del fare».
Serietà e responsabilità, appunto. Concetti da tenere ben presenti in questo ultimo scorcio di legislatura che ci porterà alle elezioni. L’alternativa? Il campo largo. Diviso al suo interno su alcuni temi fondamentali, come la postura da tenere in politica estera, dal sostegno all’Ucraina al ruolo dell’Italia nella Nato. Non è un caso che, anche stavolta, le opposizioni presenteranno risoluzioni distinte alla Camera e al Senato, in vista del Consiglio europeo di giovedì e venerdì.
Ma c’è comunque un filo rosso che unisce le opposizioni. È l’atteggiamento verso il mondo imprenditoriale: l’interventismo in economia, l’ossessione per le politiche green e lo spettro di un’eccessiva pressione fiscale sempre dietro l’angolo.
Ad Assolombarda, c’è anche spazio per un siparietto iniziale. Quando Meloni sale sul palco degli imprenditori si rende subito conto che sul podio è stato montato un rialzo troppo alto. Così scherza: «Non sono proprio un nano, penso che mi abbiate sottovalutato». L’ingombro eccessivo viene tolto, così la premier può iniziare il suo intervento.
E mette subito in chiaro: «L’Italia siede in Europa non per dire sempre sì». Poi entra nel merito e affronta la questione della necessità di flessibilità sui conti: «L’Europa deve prendere atto che la crisi in Iran, la chiusura di Hormuz, l’instabilità del Mar Rosso stanno facendo salire i costi dell’energia, delle materie prime e dei trasporti e soprattutto alimentano un’inflazione che sfugge al nostro controllo, ma che pesa molto sulle famiglie, sui sistemi produttivi e sui conti pubblici. Ne ha discusso il ministro Giorgetti all’Ecofin di qualche giorno fa, io riproporrò personalmente la questione al Consiglio europeo che è previsto questo giovedì e venerdì: si tratta di una proposta semplice, di buonsenso, oltre che di responsabilità».
Poi ricorda: «Con il decreto bollette avevamo avviato un confronto con Bruxelles per ridurre i costi per famiglia e imprese. Con la Commissione europea stiamo lavorando per costruire nuove tasse sui grandi patrimoni, sui redditi elevati, sulle rendite finanziarie e forse anche sulle successioni».
Per quanto riguarda il mondo del lavoro, invece, è lecito attendersi il salario minimo a 9 euro lordi l’ora. Come mai il governo Meloni non lo ha mai adottato? Semplice, perché teme l’effetto contrario, con un ribasso degli stipendi in alcuni settori oggi più alti.
Un’altra idea della sinistra, caldeggiata soprattutto da Avs e M5S, è la settimana lavorativa più corta a parità di salario. È facile da proporre, ma più complesso da attuare se l’aumento del costo orario del lavoro non è compensato da maggiori produttività ed efficienza.
Infine, se c’è un merito di questo governo e del ministro Giancarlo Giorgetti all’Economia, è l’attenzione ai conti pubblici. Pd, M5S e Avs potrebbero spingere per una maggiore spesa pubblica. Se non finanziata in modo sostenibile, potrebbe aggravare deficit e debito, aumentando la pressione fiscale.
Il passato insegna. Ancora oggi il nostro Paese paga l’operazione superbonus varata dal secondo governo Conte, quello giallorosso. Un onere per lo Stato stimato recentemente dal Mef in 174 miliardi di euro, pari all’8% del Pil italiano. Un conto salatissimo che continueremo a pagare anche nei prossimi anni.
