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Tesoro e Rai: Rivera e Salini su due poltrone che scottano

Alessandro Rivera potrebbe "fuggire" in una banca Usa, l'ad Salini abbandonato dai fedelissimi

Nuova era, solita Rai

Caro direttore, Giuseppe Conte, Premier, Alessandro Rivera, Direttore Generale del Tesoro, e Fabrizio Salini, Amministratore Delegato della Rai: tre volti di «una serva Italia, senza nocchiero in gran tempesta», paradigmi perfetti di come il potere riesca a trasformare gli uomini. Sono pochi, in effetti, quelli in grado di conservare equilibrio e saggezza. Molti diventano arroganti, altri si chiudono a riccio, condannati all’inazione, ma sempre pronti ad utilizzare gli aculei di fronte a qualsiasi minaccia esterna. Il risultato, però, è sempre il medesimo: il caos sotto forma di rinvii, contraddizioni, fuga dalla realtà e sottrazione alle proprie responsabilità.

Emblematico è il percorso del Presidente del Consiglio. Giunto a Palazzo Chigi in punta di piedi, con un tratto di elegante gentilezza e una tale smania di apprendere da attardarsi spesso sulle carte fino all’alba, ha via via assunto un atteggiamento autoreferenziale che lascia interdetti. Ormai parla di sé solo in terza persona, nelle riunioni tecniche gli piace più ascoltarsi che ascoltare, la sua agenda è più fitta di quella di una rockstar in tournée mondiale, cosicché i vertici governativi, dal fondo Salva-Stati alle manette, vengono programmati di notte o di domenica, tra un live show e l’altro. Secondo il suo guru della comunicazione ed ex «Grande Fratello» Rocco Casalino, anche lui in rotta feroce con Luigi Di Maio e Davide Casaleggio, solo quest’agenda frenetica, che sta mandando in tilt scorte e servizi di sicurezza, può consentire quel volano di popolarità per il nuovo partito del Premier, di cui, nonostante le mille opzioni sul tavolo, non si è ancora scelto né il logo né tantomeno il nome.

Se Conte esterna e pontifica, un pezzo da novanta della Pubblica Amministrazione come l’abruzzese Alessandro Rivera, è sempre più avviluppato su sé stesso, non riuscendo ormai ad interloquire né con il suo Ministro di riferimento, Roberto Gualtieri, né con il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco. In queste ore, poi, pare sia terrorizzato dal rischio di una class action di oltre 60 mila azionisti della Banca Popolare di Bari che lo ritengono colpevole del mancato salvataggio dell’ultimo baluardo creditizio del Mezzogiorno, attraverso il Fondo Interbancario di tutela dei depositi e, prima ancora, azionando una norma del Decreto Crescita che consentiva di trasformare le imposte differite (DTA) in crediti d’imposta fino a 500 milioni di euro. E forse proprio per evitare questa rogna che, anziché accelerare sul salvataggio della banca, sta pensando di accettare l’offerta ricevuta da una grande banca d’affari Usa con molti addentellati nelle partecipate italiane. Avrebbe sicuramente meno «patate bollenti» tra le mani, guadagnerebbe di più e si potrebbe finalmente godere il Castello di famiglia del XVI secolo a San Sisto, dall’inconfondibile torre merlata.

Del resto, già in passato, tre suoi illustri predecessori hanno compiuto un percorso analogo: Mario Draghi, anche se non ama ricordarlo, in fuga verso Goldman Sachs, Vittorio Grilli, rifugiatosi in JP Morgan, Domenico Siniscalco, sempre più operativo in Morgan Stanley.

Invece, chi non fugge, ma rischia di essere disarcionato, è un uomo chiave del sottogoverno, Fabrizio Salini. Sulla carta, l’Ad della Rai avrebbe pieni poteri, ma è paralizzato dai partiti e dal suo stesso Cda, che non governa. Da un lato, si tormenta sul da farsi, dall’altro, non dà risposte. Per questo è stato scaricato perfino dai suoi due ex fedelissimi: il Direttore Generale Alberto Matassino, che nei corridoi di Viale Mazzini lo critica pubblicamente per un indecisionismo cronico peggiore del re tentenna, e il capo della comunicazione, Marcello Giannotti, che gli rinfaccia di non averlo difeso come avrebbe dovuto sul conflitto d’interessi dell’ufficio stampa della società MN per Fiorello a Sanremo.

Inoltre, al povero Salini, il Mef, in contrasto con il Mise, gli imputa un disastroso piano industriale, fotocopia di quello presentato anni fa da Pier Luigi Celli che raddoppiava le cariche senza alcun vantaggio per l’azienda. Con tanti e tali protagonisti dell’attuale potere e del sottopotere che, anziché mettere a regime la loro squadra, strabordano o diventano campioni di immobilismo, come potrà Mattarella continuare a far finta di nulla ora che anche Di Maio vuole staccare la spina? Ai posteri l’ardua sentenza.

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