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Sparire da internet è possibile. Due "link killer" svelano come uscire dalla rete

Gli esperti di Tutela Digitale: "Video-ricatti, revenge porn e cyberbullismo. Così ripuliamo la rete da odio e diffamazione"

Sparire da internet è possibile. Due "link killer" svelano come uscire dalla rete

Nell’era dei social network ognuno ha la possibilità di costruire l’immagine di sé che vuole trasmettere agli altri. Ma è un’illusione, in realtà nessuno ha il controllo totale della propria rappresentazione online e di conseguenza della propria reputazione. Questo vale per aziende e organizzazioni ma anche per i singoli utenti. Dalle vittime di cyberbullismo a quelle di revenge porn, da chi è uscito pulito da una vicenda giudiziaria e reclama il diritto all’oblio a chi subisce ricatti sessuali e campagne d’odio: per molte persone sparire dalla rete diventa una necessità e un’urgenza. La startup Tutela Digitale con base a Bologna ha creato l’applicazione con tecnologia proprietaria Linkiller proprio per rendere a portata di tutti la "pulizia del web". La piattaforma ha un’interfaccia semplice e diretta: l’utente segnala i link che vuole eliminare, riceve una risposta su quelli che è possibile far sparire e il prezzo dell’operazione. Accettate le condizioni, monitorerà dallo smartphone sull’app Linkiller l’avanzamento della cancellazione.

Ma basta così poco per far sparire siti, pagine social, video o post sgraditi? Naturalmente no. E così i due fondatori di Tutela Digitale, Gabriele Gallassi e Sveva Antonini, hanno raccontato a Il Tempo cosa avviene dietro lo schermo dello smartphone e i trucchi del mestiere di due "link killer" professionisti. «L’utente ha la percezione di un processo automatico. Tuttavia la piattaforma è supervisionata da un team di legali ed esperti della rete. Il lavoro inizia con l’analisi di quello che effettivamente può essere rimosso. Diciamo che la percentuale di successo delle richieste accettate si aggira sull’85 per cento», spiegano Gallassi e Antonini che si avvalgono, tra l’altro, anche di un sistema di monitoraggio che analizza l’attività di oltre 150 milioni di fonti tra siti, social network, media, blog di tutto il mondo. Doverosa premessa: non tutti i clienti vengono accettati. Per intenderci, vengono respinte le richieste di chi vuole far sparire contenuti relativi a reati gravi contro la persona. Per tutti gli altri «abbiamo in atto numerose collaborazioni con piattaforme, internet service provider e operatori che permettono di velocizzare la rimozione dei contenuti - spiegano i "link killer" - ma quando l’interlocutore non collabora inizia una sorta di partita a scacchi. A volte è capitato, per esempio, che siamo riusciti a eliminare un contenuto palesemente offensivo e diffamatorio grazie a una segnalazione di violazione del copyright per l’uso non autorizzato di una foto».

Infatti se il diretto interessato non collabora, il software, in automatico punta al livello più alto webmaster, internet service provider oppure dialogando con i motori di ricerca come Google, «con il quale abbiamo una partnership in atto». Fonti, dati, link. Dentro le sequenze numeriche che li formano ci sono le storie delle persone. «C’è ad esempio l’ex soubrette che voleva iniziare una nuova vita e un nuovo lavoro ma era perseguitata da vecchie foto osé. L’abbiamo aiutata a farle sparire. Oppure quello che era stato filmato nell’intimità e versava 1.500 dollari al mese alla donna che lo ricattava. Siamo riusciti a cancellare tutte le tracce online. Ora riceviamo molte richieste per essere cancellati da World Check, il database globale consultato dalle banche per l’affidabilità dei clienti. Molti si vedono negati prestiti e finanziamenti e non sanno neanche perché», spiega l’avvocato Antonini.

La caccia più difficile è quella a video e foto di revenge porn. «Le difficoltà da superare sono molte, a partire dal fatto che spesso i contenuti finiscono su piattaforme di instant messaging o su siti pornografici. Questi ultimi sono spesso molto ben strutturati per respingere tentativi di rimozione di contenuti. Anche in questi casi spesso dobbiamo puntare sui livelli superiori della catena. Ci sono poi dei trucchi tecnici. Quando un video viene caricato anche per pochi secondi su YouTube la piattaforma gli attribuisce un ID, una sorta di codice a barre che lo rende individuabile ovunque. E più facile da rimuovere». Ogni problema ha una soluzione. «In certi casi, se è impossibile eliminare tutti i post diffamanti, aiutiamo il cliente a rafforzare la propria reputazione online attraverso l’attività di social engineering che prevede la creazione di nuovi profili social e la creazione e pubblicazione di contenuti positivi».

Quando si parla di campagne d’odio si usa spesso la metafora del fango nel ventilatore. Ecco, non basta staccare la spina. «Il caso più interessante che abbiamo trattato riguarda uno youtuber che su Facebook era stato preso di mira da un gran numero di hater. Erano arrivati alle minacce fisiche e agli auguri di morte su una pagina creata ad hoc. Un vero linciaggio che non riuscivamo a fermare». Almeno fino al colpo di scena, che suggerisce anche reali priorità e valori dei colossi del web. «Facebook come molti altri è molto sensibile alle tematiche relative alla proprietà intellettuale, così abbiamo registrato il nome dello youtuber come marchio industriale e chiesto al social di rimuovere la pagina per uso improprio del brand. Hanno acconsentito immediatamente».

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